Fratelli Cervi

Nella notte tra il 24 e il 25 novembre 1943, una pattuglia di fascisti irruppe nel casale della famiglia Cervi, a Gattatico, in provincia di Reggio Emilia, e catturò il capofamiglia Alcide, e i suoi sette figli maschi: Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore.

La famiglia era attiva nella lotta antifascista, già da prima dell'instaurazione del regime, e poi nella Resistenza contro l'occupazione nazista e lo stato fantoccio repubblichino, tanto da costituire, con altri compagni, una banda partigiana, che aveva messo a segno numerosi successi militari e politici, come la famosa pastasciutta antifascista del 26 luglio 1943, per festeggiare la, purtroppo provvisoria, caduta del regime fascista.
Dopo l'arresto gli otto Cervi, con altri prigionieri, furono portati nel
carcere dei Servi di Reggio Emilia e, il 28 dicembre, i sette fratelli, insieme con un altro prigioniero, Quarto Camurri, furono condotti nel poligono di tiro di Reggio Emilia e fucilati. Il padre rimase in carcere e venne a sapere della morte dei figli solo molto più tardi, dopo essere riuscito ad evadere a causa di un bombardamento alleato.
Anni dopo Alcide Cervi racconto così quel giorno nel carcere di Reggio Emilia:

"Dopo che avevo saputo, mi venne un grande rimorso. Non avevo capito niente, niente, e li avevo salutati con la mano, l'ultima volta, speranzoso, che andavano al processo e gliel'avrebbero fatta ai fascisti, loro così in gamba e pieni di stratagemmi. E invece andavano a morire. Loro sapevano, ma hanno voluto lasciarmi l'illusione, e mi hanno salutato sorridendo, con quel sorriso mi davano l'ultimo addio. Figli, perché avete avuto pietà della vecchiezza mia, perché non mi avete detto che andavate alla fucilazione? Avrei urlato ai fascisti, come ho fatto sempre, e forse non sareste morti. Adesso che mi hanno detto tutto, e i vostri compagni di carcere mi hanno ripetuto le frasi vostre, il rimorso mio è grande.
Quando la guardia fascista ci disse - andate a dormire, sarà per domattina, tu Gelindo rispondesti: - Cosa volete che andiamo a dormire, è tanto che dormiamo e andiamo verso il sonno eterno.
Ma quella frase io non la sentii, che altrimenti avrei capito. E quando tu, Ettore, il più piccolo e il più caro, lasciasti il tuo maglione bianco a Codeluppi, io ti chiesi: - Perché lo lasci? A Parma farà freddo. - e tu mi sorridesti senza rispondermi. Ma ora ho saputo che a Codeluppi avevi detto: - Perché farlo bucare? È nuovo e tienilo per tuo figlio, almeno servirà a qualcosa.
Perché avete fatto così figli miei? È colpa mia se ho sempre creduto in voi, che nessuno l'avrebbe vinta su di voi? Non è sempre stato così, quando eravamo insieme e tornavate vincitori dai processi, dai carceri, dalle lotte coi fascisti, dai colpi partigiani?
Ma alla morte, alla morte non ci avevo mai pensato. Ben meritato è il rimorso per me superbioso, che vi credevo intoccabili dalla morte. E se anche in carcere lo dicevo, che potevate essere morti, il sangue non ci credeva, e si ribellava. Ma i padri e le madri sono fatti così, adesso lo capisco. Pensano che loro moriranno, che anche il mondo morirà, ma che i loro figli non li lasceranno mai, nemmeno dopo la loro morte, e che saranno sempre a scherzare coi loro bambini, che hanno cresciuto per tanti anni, e la morte è un'estranea. Che sa la morte dei nostri sacrifici, dei baci che voi mi avete dati fino a grandi, delle veglie che ho fatto io sui vostri letti, sette figli, che prendono tutta una vita! E tu Gelindo, che eri sempre pronto alla risposta, ora non mi conosci più e non mi rispondi? E tu Ettore, che nell'erba alta dicevi: non ci sono più. Ora l'erba alta ti ha coperto tutto, e non ci sei più. E tu, Aldo, tu così forte e più astuto della vita, tu ti sei fatto vincere dalla morte?
Maledetta la pietà e maledetto chi dal cielo mi ha chiuso le orecchie e velati gli occhi, perché io non capissi, e restassi vivo, al vostro posto! Niente di voi sappiamo più, negli ultimi momenti, né una frase, né uno sguardo, né un pensiero. Eravate tutti e sette insieme, anche davanti alla morte, e so che vi siete abbracciati, vi siete baciati, e Gelindo prima del fuoco ha urlato: - Voi ci uccidete, ma noi non morremo mai!"

Da: Alcide Cervi. I miei sette figli. (a cura di Renato Nicolai) - Istituto Fratelli Cervi - Patria Indipendente (Periodico dell'ANPI - Associazione Nazionale Partigiani d'Italia).

Gelindo (7 agosto 1901); Antenore (30 marzo 1904); Aldo (9 febbraio 1909); Ferdinando (19 aprile 1911); Agostino (11 gennaio 1916); Ovidio (18 marzo 1918) ed Ettore (2 giugno 1921).

 

Da: Amedeo TAGLIACOZZO (1980) voce "Cervi". In : Dizionario Biografico degli Italiani , Volume 24 link

pagina creata il: 2 settembre 2017 e aggiornata a: 13 novembre 2017