Medoro nacque il 10 gennaio 1892
a Sgurgola (FR), probabilmente in
casa dei genitori in via del Calvario, terzo degli otto figli di Camillo Pallone, fabbro di 34 anni di famiglia originaria
di Morolo (FR) e di Lorenza
Posta, casalinga
di 25 anni, figlia del notaio Raffaele e di Maria Perfetti. Lorenza
era rimasta orfana di padre a 6 anni e di madre a 8 anni, ed era
cresciuta sotto la tutela dello zio don Domenico Posta, della
famiglia nobile sgurgolana dei conti Posta della Posta.
Medoro frequentò le scuole elementari a Sgurgola, il suo
maestro era un prete molto colto ed energico, che stimolava la
sua intelligenza e gli diede una preparazione molto avanzata,
quasi da scuola media.
Il prete spingeva perché Medoro entrasse in seminario,
per proseguire gli studi, visto che era intelligente e vivace;
cercò di convincere il padre, spiegando che non doveva
necessariamente farsi prete, ma Camillo non accordò il
permesso, per fortuna dei discendenti.
Camillo era socialista, portava la cravatta alla Lavalliére,
suo padre Francesco era morto in carcere perché aveva dato
un pugno a un carabiniere. Camillo era fabbro, come suo padre
e suo fratello Antonio; aveva anche una sorella, Candida, sposata
in un altro paese della Ciociaria. Dei figli di Camillo solo Guido
diventò fabbro.
Come tutti i fratelli maschi Medoro studiava uno strumento musicale,
il clarinetto.
Medoro a 16
anni (nel
1908) andò a Roma per prepararsi a fare il macchinista
delle Ferrovie, facendo pratica presso le officine Tabanelli di
via Prenestina e andando a scuola serale.
A Roma abitava presso lo zio Gerolamo Posta, fratello di sua madre
Lorenza e, oltre a preparare il "capolavoro" per diventare
macchinista, leggeva e andava all'opera. A Roma c'era anche il
fratello Ennio, che riuscì a fare
il macchinista, anche se, in quanto anarchico, era continuamente
trasferito in varie province d'Italia.
Medoro non poté diventare macchinista perché nel
1912, all'età di vent'anni, fu costretto a partire per
il servizio di leva. Fu assegnato ai granatieri, ma la festa d'addio
prima di partire per il militare lo fece arrivare al reparto con
un giorno di ritardo e, per punizione, fu mandato al 1° reggimento
dell'Artiglieria
Campale Pesante,
ad Alessandria e poi a Casale
Monferrato
(AL), il che probabilmente gli salvò la vita, visto che
nella imminente guerra mondiale i granatieri ebbero molte più
perdite che l'artiglieria. Di Casale Monferrato Medoro ricordava
il gran freddo durante le guardie.

Quando Medoro stava
per completare i tre anni di ferma obbligatoria, scoppiò
la prima guerra mondiale e fu destinato al fronte, dove giunse con il grado di sergente.
Medoro combatté sull'altipiano di Asiago (tra l'altro a
Luserna) e sul Piave, sul Montello, a Vittorio Veneto, partecipò
alla presa di Gorizia e alla disfatta di Caporetto:
di quest'ultima parlava come di un tradimento dei generali.
Il suo foglio
matricolare
ci dice che ottenne un encomio solenne: "Dimostrava lodevole
coraggio nel disotterrare unitamente ad altri militari e sotto
l'intenso fuoco dell'Artiglieria avversaria, tre suoi compagni
che erano stati travolti dalle macerie prodotte dallo scoppio
di una granata da 240 - Gorizia 17-5-1917 Ord. Berm. N°249
- Concessa la croce al merito di guerra, con determinazione del
13° Corpo d'Armata, in data 2-7-1918".
Durante la guerra ebbe in dotazione una cavalla molto sensibile
che gli salvò la vita più volte: una volta doveva
passare un fiume, ma la cavalla si rifiutò e poco dopo
il luogo del mancato attraversamento fu raggiunto da una grande
quantità di bombe.
Finita la guerra, congedato con il grado di Maresciallo, tornò
a Sgurgola avvilito e traumatizzato, deciso a non vedere mai più
guerre. Iniziava a manifestarsi il movimento fascista, che Medoro
inizialmente vide con curiosità, poi si rese conto delle
prepotenze dei fascisti contro i lavoratori e contro gli oppositori,
cominciò a frequentare antifascisti sgurgolani che vivevano
a Roma (tra gli altri i fratelli Pompi), e diventò antifascista.

Medoro rese evidente
la sua scelta antifascista quando non andò a votare al
plebiscito caratterizzato dal listone unico, rifiutandosi anche
di votare scheda bianca.
Aprì un negozio di alimentari sul corso di Sgurgola, si
sposò con Adele, detta Adelina, figlia diciannovenne di
piccoli proprietari terrieri sgurgolani. La coppia andò
a vivere in una casa di proprietà dei nonni Pallone sulla
piazza del Muraglione (piazza dell'Arringo), che Medoro ristrutturò
alzandola di un piano. Dalla coppia nacquero quattro figlie: Maria
Gabriella, Vezia, Ena e, diversi anni più tardi, Maria
Raffaella.
Per la sua partecipazione al movimento comunista fu "retrocesso
dal grado di Maresciallo per pubbliche manifestazioni di opinioni,
propaganda o mene sovversive e partecipazione diretta o indiretta
ad associazione o manifestazioni ostili alle istituzioni fondamentali
dello stato con R.D. in data 27 novembre 1925" come si
legge sul suo foglio
matricolare.
Medoro cercava di evitare lo scontro con i fascisti, ma una volta
un corteo fascista passa sul corso, e lo sorprese davanti al suo
negozio con il cappello in testa; all'intimazione di un fascista:
"giù il cappello" lui rimase a braccia conserte
e non se lo tolse, il fascista non ebbe il coraggio di aggredirlo.
Fu presto costretto a chiudere il negozio perché, in quanto
antifascista, venne caricato di tasse, inoltre non poté
svolgere altri lavori perché non aveva la tessera del partito
fascista; quindi cominciò a dedicarsi all'apicoltura razionale,
aggiornandosi con i più moderni testi tecnici e rifornendosi
delle migliori e più moderne attrezzature (ad esempio si
fece spedire da Torino le arnie Dadant-Blatt).
La sua attività vedeva lo scetticismo dei paesani che attuavano
un'apicoltura primitiva, che prevedeva la distruzione delle arnie
a ogni smielatura e che ritenevano che non si potesse guadagnare
con "la merda delle vespe".

Le arnie erano sistemate
sia nella piana del Sacco, a Villa Magna, dove sorgono i resti di una villa imperiale,
sia in altri paesi della zona, ad esempio ad Anagni, presso la
stazione, e ad Isola Liri. Allevava anche le api regine nell'orto
della casa dei genitori, in via del Calvario a Sgurgola, che aveva
allestito con un viale di piante officinali e fruttiferi, per
fornire polline alle api.
Acquistò un'automobile e, associato con il cugino Elia,
andava in giro per visitare gli apiari (per controllare lo stato
delle arnie, fornire alimentazione di soccorso e smielare). Vendeva
il miele a Tassi e ad Ambrosia. Nelle annate migliori produceva
anche trenta quintali di miele, con buoni guadagni, che i fascisti
attribuivano all'"oro russo".
Medoro allevava anche polli da carne e galline ovaiole ai Capuani,
sotto via del Calvario, sempre con metodi razionali di allevamento,
e attrezzature moderne, come l'incubatrice; sullo stesso terreno
allevava anche alcuni maiali, di razza Perugina, che erano poi
lavorati da Adele per produrre insaccati.
Per la sua attività e le sue idee antifasciste era periodicamente
arrestato con dei pretesti in occasione di feste nazionali o del
passaggio del re o del duce nei dintorni; veniva recluso in camera
di sicurezza a Sgurgola o ad Anagni, Frosinone, Piglio e Acuto,
insieme a detenuti comuni, in condizioni igieniche precarie, e
in mezzo ai parassiti.
Di solito lo liberavano dopo due o tre giorni, ma doveva stare
sempre sul chi vive; spesso era recluso anche a Regina Coeli,
dove i numerosi detenuti comunisti tenevano scuola di partito,
e dove conobbe molti dirigenti del PCI. Nel carcere romano le
condizioni di detenzione per lui erano meno peggiori che nelle
carceri di provincia, i detenuti politici facevano gruppo e i
secondini li rispettavano, anche se comunque Medoro non li amava.
L'attività politica di Medoro era basata sul tentativo
di ricostituire il Partito Comunista Italiano, per questo incontrava
molte persone; un giorno uno di questi, uno sgurgolano trasferito
a Roma, lo tradì e lo accusò, oltre che di attività
sovversive, di progettare un attentato dinamitardo contro il bombificio
BPD (Bombrini Parodi Delfino) di Colleferro (RM); la spiata portò
all'arresto di 30 persone a Sgurgola.
Medoro fu processato dal tribunale speciale, davanti al quale
la spia ritrattò e per questo venne punita dai fascisti
che lo picchiarono sotto i piedi con sacchetti di sabbia, per
non lasciare tracce.
Nonostante la ritrattazione della spia, Medoro fu comunque condannato
nel 1938 ad un anno di confino a S. Nicola, nell'arcipelago delle
Tremiti, dove trovò molti altri antifascisti confinati,
che appena arrivato sapevano tutto di lui e, conoscendo le sue
capacità lo nominarono capo mensa.
A S. Nicola i confinati dormivano in un camerone, bevevano acqua
scaricata da una nave cisterna, e disponevano di una piccola diaria
(mazzetta) per comprare cibo e sigarette; sull'isola non si trovavano
verdure e c'era carne di pessima qualità, quindi Medoro,
per variare la dieta e per economizzare, cominciò ad acquistare
dai pescatori dei dentici, che passavano in banchi molto numerosi
presso la costa.
Durante la pena Medoro e suo fratello Guido (venivano arrestati
sempre insieme) tornarono dal confino in permesso perché
il loro padre Camillo aveva avuto un ictus.
All'arrivo a Sgurgola, molto dimagriti e anneriti dal sole, furono
condotti dai carabinieri attraverso il paese, con un codazzo di
bambini che festeggiano la novità.
I due fratelli dovevano dormire insieme in casa dei suoceri Corsi,
con due carabinieri di scorta che dormivano nella stanza accanto.
Di giorno potevano andare a casa dei genitori, a via del Calvario,
sempre accompagnati dai carabinieri, e potevano incontrare i parenti
I genitori di Medoro abitarono in via Calvario fino alla morte,
Camillo morì nel 1941, e fino all'età di ottant'anni
(più o meno il periodo della condanna al confino dei figli)
lavorò nella sua bottega da fabbro, di fronte a casa (oggi
il civico 19 di via del Calvario), finché Medoro non lo
convinse a smettere (Medoro chiamava suo padre "tata",
con l'uso antico, precedente all'adozione del termine "papà").
Alla fine del permesso Medoro e Guido tornarono alle Tremiti,
e poi, a fine pena, tornarono a Sgurgola. Dopo il ritorno ebbe
lo status di sorvegliato speciale, e come tale non poteva incontrare
più di due persone, ma la maggior parte dei compaesani
evitava perfino di salutarlo, anche se poi gli mandava a dire
di scusarli per questo, giustificandosi con la paura di rappresaglie
per sé e per i propri figli.
Anche la corrispondenza gli veniva aperta e letta e, quando scriveva
al fratello Gustavo negli Stati Uniti, usava un linguaggio in
codice, evitando di nominare direttamente le persone, ma definendoli
come il figlio di
, seguito dal soprannome in dialetto del
padre o della madre.
Subì continue perquisizioni domiciliari da parte dei carabinieri,
che non riuscivano a riconoscere i libri sovversivi da lui posseduti,
e invece sequestravano libri innocui o addirittura di critica
al comunismo, come uno sulle prigioni sovietiche.
I carabinieri, in occasione di controlli e perquisizioni, tenevano
di solito un contegno civile, ma il maresciallo della stazione
di Sgurgola, interrogandolo e ricevendo da lui risposte sarcastiche,
definì in un rapporto il suo contegno come "cinico
e ributtante", che ricorda molto il "contegno altezzoso
e sprezzante", i termini usati da un prefetto per definire
il comportamento di Sandro Pertini davanti al tribunale speciale
del fascismo.
La figlia Vezia, da bambina, dopo essere stata accarezzata da
un carabiniere, reagì dicendogli: "tu co' sso cappellaccio
sì ppurtato carcerato mio padre" (il carabiniere indossava
il classico copricapo a lucerna).
Il 10 giugno 1940 l'Italia entrò in guerra a fianco della
Germania nazista, e contro l'Inghilterra e la Francia, e Medoro
capì che questa sarebbe stata la fine di Mussolini, visto
che attaccare l'Inghilterra avrebbe prima o poi coinvolto gli
Stati Uniti, con il loro enorme potenziale bellico.
Durante la seconda guerra mondiale Medoro rimase a Sgurgola e
non viene più arrestato, anche se rischiò grosso
quando un fascista di Sgurgola si recò dall'ufficiale della
Wermacht che comandava la batteria contraerea installata alla
stazione ferroviaria e gli consegnò la lista degli antifascisti
di Sgurgola, con il nome di Medoro al primo posto, ma l'ufficiale
gliela strappò in faccia.
Un giorno andò a Roma con la figlia Gabriella per comprarle
un orologio come regalo per il conseguimento del diploma di maturità
magistrale; la sera andarono a cena in un ristorante in via dello
Scalo di S. Lorenzo, insieme a dei compagni comunisti, tra cui
Aurelio Caratelli (già esule in Francia) e Guido Pompi.
Dopo uno o due giorni, il 18 luglio 1943, quella zona fu distrutta
dal bombardamento di S. Lorenzo. Nel quartiere c'erano le case
dei ferrovieri, e tra essi c'erano molti sgurgolani.
Sgurgola non fu direttamente coinvolta dai combattimenti, ma i
suoi abitanti videro e sentirono i colpi dell'artiglieria passargli
sopra, assistettero al passaggio dei bombardieri alleati, videro
cadere i caccia abbattuti (e contribuirono a salvarne i piloti).
Inoltre i tedeschi operarono ripetuti rastrellamenti per catturare
maschi abili al lavoro per scavare le trincee a Cassino, ma Medoro
e i suoi familiari riuscirono sempre a scamparla, fuggendo per
i campi sotto il paese e poi salendo in montagna, dopo essere
passati sotto la chiesa di S. Giovanni. In una occasione i tedeschi
trovarono a riceverli Gabriella, che li guidò per le stanze
della casa; i soldati trovarono i letti sfatti e chiesero dove
fossero gli uomini, alla risposta che erano in campagna a lavorare,
il capo del plotone commentò: "Italiani nichts lavorare!".
Medoro nel frattempo osservava con trepidazione la scena dalla
montagna.
Alla fine Sgurgola fu liberata dalle truppe marocchine e francesi;
in paese non si sapeva degli scempi compiuti dai nordafricani
nel sud della Ciociaria, e i modi rudi con cui gli ufficiali francesi
trattavano i soldati maghrebini erano giudicati come manifestazioni
di deteriore colonialismo.
Comunque le truppe liberatrici distrussero gli apiari di Medoro,
che rimase senza mezzi di sostentamento, e solo dopo molti anni
riuscì a ricevere una somma irrisoria come risarcimento
di danni di guerra, pur avendo in tutti modi cercato di far valere
le sue ragioni.
Avendo perso l'unica fonte di reddito la famiglia si arrangiava
come poteva, ad esempio producendo pane da vendere al minuto e,
nel caso di Adele, lavorando come cuoca. La figlia Ena fu costretta
ad abbandonare gli studi universitari alla facoltà di Architettura,
mentre Gabriella poté diplomarsi Assistente Sociale solo
grazie ad una borsa di studio.
Alla fine della guerra i numerosi antifascisti sgurgolani meditavano
di vendicarsi contro i fascisti per le persecuzioni subite durante
il ventennio, ma Medoro riuscì a tenerli a freno, argomentando
"noi non siamo come loro" e comunque rimarcando che
nessuno degli antifascisti sgurgolani era stato ucciso.
Medoro fu eletto deputato provinciale, la sede della provincia
era provvisoriamente a Fiuggi, perché Frosinone era distrutta.
Inoltre si impegnava nelle organizzazioni contadine, come Federterra, e Alleanza Contadina e,
in riconoscimento del suo impegno, gli fu intitolato un canale
di bonifica a Isola Liri.
Era anche attivo nella Federazione del PCI di Frosinone. Medoro
er un appassionato ed efficace oratore, ed era molto attivo nel
fare comizi nella provincia. Il Partito stabilì di candidarlo
alla Camera dei Deputati, gli comunicò la decisione, ma
poi ci fu un ripensamento e la candidatura sfumò. Medoro
rimase iscritto al PCI
fino alla morte.
In quanto ateo non aveva fatto battezzare le figlie, che lo avevano
fatto di nascosto di propria iniziativa o dietro pressione ed
assistenza di parenti. Nella famiglia non si festeggiavano solennità
religiose, e le usanze delle beghine del paese erano oggetto di
ilarità .
Dopo la guerra, in conseguenza della morte di Camillo, avvenuta
nel 1941, i fratelli Pallone si divisero i beni paterni, e la
casa al Muraglione fu assegnata a Gustavo, il fratello emigrato
in America, che la pretese a ogni costo per poi venderla a una
compaesana emigrata negli Stati Uniti, che voleva tornare in patria.
Rimasto senza casa, Medoro fu costretto ad adattare l'officina
da fabbro paterna, dove abitò fino alla morte.
Suo padre Camillo fumava uno o due sigari al giorno, ma Medoro
era un forte fumatore di sigarette senza filtro; un giorno, con
un mozzicone mal spento, aveva incendiato una capanna di paglia
nella campagna ereditata dalla moglie alla Cesa, verso Morolo.
Il fumo provocò a Medoro un tumore al polmone; il 13 ottobre
1966, a settantaquattro anni, ebbe un malore, la figlia Gabriella
accorse da Roma e si occupò di chiamare un'ambulanza per
ricoverarlo a Roma, in assenza del medico del paese.
Durante il tragitto in ambulanza, sempre in assenza di un medico,
Medoro ebbe una crisi respiratoria, e l'ambulanza cercò
di raggiungere l'ospedale di Colleferro, dove però Medoro
arrivò senza vita. È sepolto presso il cimitero
di Sgurgola. La sezione del PCI, e poi l'unità di base
dei D.S. di Sgurgola, gli sono intitolate.
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aggiornata a: 4
gennaio 2009