La Resistenza a Montesacro

Il quartiere romano di Montesacro, e quello adiacente di Val Melaina, ebbero un ruolo importante nella Resistenza contro il fascismo, sia per la posizione allora decentrata, sia per la vicinanza alla Città Universitaria, che era un centro di mobilitazione contro la dittatura fascista e, dopo l'armistizio, contro l'occupazione nazista.
Quattordici abitanti di Montesacro e Val Melaina furono assassinati dai nazifascisti mentre combattevano per la liberazione. Quattro di loro avevano meno di vent'anni. I loro nomi sono ricordati in una lapide del 1945 in via Maiella, all'angolo con corso Sempione, restaurata dopo essere stata incendiata e gravemente danneggiata da anonimi vigliacchi nella notte tra il 21 e il 22 ottobre 2004.
Ben sette dei quattordici martiri sono tra le vittime dell'eccidio delle Fosse Ardeatine del 24 marzo 1944: Ferdinando Agnini, Orlando Orlandi Posti, Vito Artale, Aldo Banzi, Renzo Piasco, Antonio Pistonesi e Filippo Rocchi. Altri sei furono fucilati a Forte Bravetta: Riziero Fantini, Raffaele Riva, Antonio Feurra, Italo Grimaldi, Giovanni Andreozzi, Paul Lauffer, mentre il quattordicesimo, Amilcare Baldoni, è stato probabilmente fucilato in Sabina, oppure potrebbe essere una delle vittime non identificate delle Fosse Ardeatine.
A Val Melaina, in via Scarpanto, 31, si trova una lapide commemorativa dei quattro caduti del quartiere: Riziero Fantini, Antonio Pistonesi, Renzo Piasco e Filippo Rocchi, posta il 25 aprile 1954.

La Resistenza a Montesacro
Nel 1942, verso la fine della dittatura fascista, che aveva duramente represso l'opposizione, ci fu a Montesacro una ripresa dell'attività contro il regime, che vedeva come protagonisti gli antifascisti storici, spesso provenienti da altre regioni, e rifugiatisi a Roma per sfuggire alle persecuzioni nelle zone di origine, e molti degli operai che avevano costruito il quartiere, che abitavano tra l'altro in case di fortuna all'angolo con via di Pietralata. Accanto ad essi c'erano i nuovi antifascisti, giovani operai, liceali e studenti universitari, cresciuti con le lotte studentesche.
La caduta del fascismo, con l'arresto di Mussolini il 25 luglio 1943, fu accolta con gioia a Montesacro, come in tutta Italia, come testimoniato da Beppe Fenoglio, che in Primavera di bellezza (1959) descrive la sua esperienza di militare in servizio nel quartiere, come allievo ufficiale del 34° Reggimento di Fanteria della Divisione Livorno, di stanza nella scuola elementare Don Bosco, tra cittadini che distruggevano gli emblemi del regime fascista ed inneggiavano ai soldati in contrapposizione alla milizia fascista ed alla famigerata PAI, la Polizia dell'Africa Italiana. Nell'assalto al gruppo rionale di Montesacro e alla sottosezione di Val Melaina del partito fascista, furono bruciate le bandiere e distrutti documenti. A Val Melaina furono alzate due bandiere rosse sul portone principale del caseggiato.
L'arresto di Mussolini diede nuovo impulso alla lotta antifascista e si distinsero tra gli altri gli universitari, molti dei quali studenti in medicina ed ex studenti del Liceo Ginnasio Orazio, tra di essi Ferdinando Agnini, Gianni Corbi (che nel 1968 diventerà direttore de "L'Espresso"), Nicola Rainelli e Orlando Orlandi Posti, iscritti al Partito d'Azione, Franco Caccamo, Giorgio Lauchard, Girolamo Congedo, Mario Perugini, Lino Papio e Luciano Celli, uniti da legami d'amicizia anche prima di dedicarsi alla lotta politica. I più giovani di questi ragazzi, avevano formato una comitiva che frequentava il "bell'orizzonte", una spiaggetta sul fiume Aniene, vicino al Ponte Vecchio, (link alla mia pagina sul ponte) mettendo anche in piedi una squadra di nuotatori chiamata “I caimani del bell’orizzonte".
Ferdinando Agnini, con 29 membri dello stesso gruppo, quasi tutti di Montesacro, il 31 ottobre 1943 fondò l'ARSI (Associazione rivoluzionaria studentesca italiana), che dal 18 novembre 1943 pubblicò il giornale "La Nostra Lotta", probabilmente il primo foglio clandestino studentesco stampato in Italia. Il gruppo, con volantinaggi e azioni di commando, riuscì a interrompere i corsi e gli esami delle facoltà di medicina, scienze, legge, lettere, architettura e ingegneria.

Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, i romani si opposero all'ingresso in città delle truppe naziste ingaggiando il 10 settembre la battaglia di Porta S. Paolo. Tra di essi molti abitanti di Montesacro e Val Melaina, come Orlando Orlandi Posti, Renzo Piasco, Riziero Fantini, Giuseppe Gnasso, Corrado Fulli, Alvaro Vannucci, Mario Gambignani e Dario Funaro, di 13 anni, che un mese dopo fu deportato ed ucciso ad Auschwitz.
Alla battaglia presero parte Sandro Pertini, Bruno Buozzi, Carla Capponi, Adriano Ossicini, Vasco Pratolini, Aldo Natoli, Giaime Pintor e tanti altri. Nell'occasione gli studenti antifascisti romani, organizzati nell'OLU (Organizzazione Liberi Universitari), attaccarono la casermetta della Milizia universitaria e si impadronirono di una notevole quantità di armi (500 moschetti e diverse casse di bombe a mano), che distribuirono ai combattenti al Viminale, alla popolazione di San Lorenzo ed alle squadre partigiane di Montesacro. Altre armi furono lasciate sul posto per l'impossibilità di trovare mezzi di trasporto. Nel pomeriggio del 10, dopo la resa dei militari resistenti, proseguirono i combattimenti dei civili, tra l'altro ai Prati Fiscali, nei pressi di Montesacro, per cercare di bloccare la via Salaria, con, tra gli altri, Orlando Orlandi Pasti, Antonio Pastonesi, Nicola Rainelli, Franco Caccamo, Luciano Celli ed Ennio Petrignani. Dopo due ore di fuoco i partigiani di Montesacro finirono le munizioni e dovettero ripiegare. Nello scontro restarono probabilmente uccisi tre soldati tedeschi.

Il 16 ottobre avvenne la razzia al Ghetto di Roma: 1014 ebrei furono catturati e deportati nei lager nazisti, dai quali solo sedici tornarono. In effetti il 57% delle vittime della razzia furono catturate fuori dal Ghetto, anche a Montesacro, dove furono prese otto persone, appartenenti a quattro famiglie (Spizzichino), tra le quali Funaro, Di Veroli e Cacaurri. Il tredicenne Dario Funaro, sopra menzionato come partecipante alla battaglia di Porta San Paolo, passò per piazza Sempione mentre i nazisti caricavano la sua famiglia su un camion e, cercando di intervenire, fu a sua volta catturato. Dario. il fratello Adolfo di sette anni, il padre Leo, la madre Teresa Di Castro, gli zii Ada, Ettore e Giuditta Funaro e la nonna Perla Cava furono deportati ed uccisi nel campo di sterminio di Auschwitz.
Mercoledì 16 gennaio 2019, alle ore 10, davanti alla casa dei Funaro, in via Maiella, 15, sono state posate quattro pietre d'inciampo per ricordare i quattro membri della famiglia che vi abitavano, con la partecipazione di insegnanti e studenti del Liceo Classico-Linguistico Aristofane, che hanno contribuito in modo rilevante a mantenere la memoria su questa famiglia travolta dalla Shoah.
Durante l'occupazione nazista, come in altre zone di Roma, i partigiani di Montesacro attaccarono i convogli nazisti, bloccati forandone i pneumatici con i chiodi a quattro punte, fabbricati da Cesare, un fabbro presso il ponte Nomentano. Le numerose azioni di sabotaggio contro i nazisti si svolsero sulla Nomentana (tra l'altro al campo dux, sede dei nazisti e della PAI, situato tra Montesacro, Settebagni e Castel Giubileo), ai Prati Fiscali, a San Basilio ed a Pietralata. Sulla via Salaria il 19 ottobre fu ucciso un motociclista tedesco e auto di ufficiali tedeschi furono attaccate a colpi di mitra. I partigiani coprirono con le armi gli assalti delle donne ai forni che approvvigionavano di pane gli occupanti nazisti.
Il 22 ottobre un gruppo di partigiani del Movimento Comunista d'Italia - Bandiera Rossa (movimento dissidente dal PCI), attaccarono il Forte Tiburtino per catturare armi, vestiario e viveri abbandonati dall'Esercito italiano. Le SS di guardia reagirono e ne nacque uno scontro a fuoco, con diverse vittime, finché 19 partigiani furono catturati, e processati dai nazisti nella villa della tenuta Talenti. Dieci di loro furono condannati a morte e fucilati a Ponte Mammolo, i loro nomi sono: Orlando Accomasso, Lorenzo Ciocci, Mario De Marchis, Giuseppe Liberati, Angelo Salsa, Marco Santini, Mario Splendori e Vittorio Zini, del Movimento Comunista d'Italia, Andrea Chilastri, del gruppo Comunisti cattolici, e Fausto Iannotti, che passava per caso per via Tiburtina. Gli altri antifascisti catturati furono deportati il 4 gennaio nel lager di Mauthausen: Franco Venturelli, Pietro Gismondi, Fausto Iannotti, Mario Prestinicola, Alfredo Petrucci, Gaetano Nugnes, Guglielmo Mattiozzi, Antonio Risi, Pietro Mancini, Carlo Maccione, insieme a Fernando Nuccitelli. Cinque di loro sono morti a Mauthausen.

Il 20 novembre, al tramonto, Rainelli, Palumbo, Palomba, Petrignani e Celli bloccarono con i chiodi per tre ore una colonna di 25 autocarri tedeschi, sulla strada di arroccamento di San Nicola, che univa la via Tiburtina alla Salaria. A metà dicembre la stessa formazione, con in più Franco Caccamo, attaccò presso San Basilio una pattuglia di 20 soldati nazisti.
Il 14 dicembre i partigiani di Montesacro misero a segno un attentato al console della milizia fascista Nussu, che abitava in via Maiella, e si vantava di poter lasciare la scorta al di là del ponte Tazio, e fu invece raggiunto da sei proiettili. Tra le altre azioni ci fu il ripetuto taglio del cavo telefonico che univa i comandi nazisti di Monterotondo e di Frascati, essenziale per i collegamenti con il fronte. Al sabotaggio lavorò, tra gli altri, il quindicenne Alvaro Vannucci, che si occupò anche del rifornimento di armi presso un deposito abbandonato dell'esercito italiano di fronte a Casal de' Pazzi.
Altre azioni furono i volantinaggi, comunque rischiosi e sostenuti da compagni armati, tra cui quello al cinema Rex di corso Trieste, che vide la reazione di militanti fascisti; un'ulteriore attività fu quella di mettere in salvo i prigionieri di guerra alleati, fuggiti dai campi di prigionia nazifascisti. Anche ragazzi molto giovani intrapresero azioni di sabotaggio, minori, ma comunque rischiose, come quella di spostare i cartelli indicatori posti dai tedeschi per i propri automezzi.
Le armi, nascoste nel villino della famiglia Rainelli in via Monte Argentario, 8, provenivano soprattutto dalla caserma dell'8° Genio della Batteria Nomentana, ormai abbandonata. Per trasportare le armi a Montesacro i Caimani attraversavano il fiume Aniene a nuoto in pieno inverno.
Un altro gruppo di resistenti del quartiere era quello formato da uomini del PCI clandestino, con Giorgio Onofri, Riziero Fantini, Mario Menichetti, muratore di Trastevere trasferitosi da poco a Val Melaina, già condannato dal fascismo a 4 anni di confino ad Ustica nel 1925, e Vittorio Mallozzi, combattente e ferito nelle Brigate internazionali, nella guerra civile spagnola.
I giovani antifascisti di Montesacro si riunivano presso il villino Rainelli: la famiglia si era spostata nel sud liberato, seguendo il padre, funzionario del Ministero dei Trasporti, mentre il giovane Nicola, ventiduenne, era rimasto a Roma con la sorella Lina ed usava il villino di famiglia come base per il gruppo di giovani resistenti, tra i quali Ferdinando Agnini, Orlando Orlandi Posti, Antonio Pistonesi, Renzo Piasco, Paul Lauffer, Franco e Sara Caccamo, Amorina Lombardi, Luciano Celli, Roberto Croce e molti altri.
Domenica 27 ottobre 1943 ci fu il primo rastrellamento a Roma per catturare i renitenti alla leva repubblichina, da avviare al lavoro forzato in Germania: oltre mille uomini di Montesacro, Tufello, Val Melaina e Pietralata furono presi e fatti camminare per 6 chilometri verso Mentana fino a Casal Coazzo, nella zona di San Cleto, poi 346 di loro furono inviati al lavoro forzato.
I tedeschi avevano installato un proprio comando nella scuola Don Bosco, e in un villino di via Nomentana, all'altezza di via Levanna, già deposito del vicino "Campo dux", crearono un luogo di detenzione temporaneo per gli antifascisti arrestati, che venivano in seguito trasferiti altrove.
La notizia delle repressioni già avvenute nelle università di Oslo e Praga, convinse gli studenti antifascisti della necessità di fare fronte comune, per proteggere i resistenti dalle persecuzioni nazi-fasciste. Di conseguenza il pomeriggio del 2 gennaio del 1944, in una casa in via Flavia, 112, studenti delle facoltà di Ingegneria, Giurisprudenza e Statistica, insieme a diversi docenti, diedero vita al CSA, il Comitato Studentesco di Agitazione, diretto dal giovane comunista Maurizio Ferrara, che sarà responsabile del Comitato tecnico, con Gianni Corbi e Ferdinando Agnini (ARSI), Dario Puccini e Carlo Lizzani (PCI), Paolo Moruzzi e Carlo Franzinetti (Movimento Cattolici Comunisti), Giorgio Lauchard e Giorgio Conforto (PSIUP), Matteo Cirenei, Pier Luigi Sagona e Luigi Silvestri (P d’A) e da alcuni cristiano-sociali. La prima azione dell'ARSI fu la protesta all'inaugurazione dell'anno accademico, alla presenza delle autorità fasciste e naziste: gli studenti nell'aula magna cantarono la Marsigliese. Il CSA organizzò per il 29 gennaio uno sciopero degli studenti dell'università di Roma, contro la circolare del Rettore e del Ministero per la Difesa Nazionale del novembre 1943, che escludeva dagli esami gli studenti che non rispondevano alla chiamata alle armi dei repubblichini fascisti.
Il giorno dello sciopero, a San Pietro in Vincoli, alla facoltà di Ingegneria dell'Università, nel servizio d'ordine armato c'erano Ferdinando Agnini e Orlando Orlandi Posti, che imposero con le armi ai finanzieri di guardia di aprire i cancelli, che erano stati sbarrati, e tagliarono i fili del telefono. All'arrivo della polizia 600 dimostranti riuscirono a fuggire, rifugiandosi a Colle Oppio, ma alcuni degli studenti che si erano messi in salvo furono comunque individuati dalla polizia e dalle spie fasciste. Un folto gruppo di studenti del liceo Dante Alighieri, guidati da Carlo Lizzani, Massimo Gizzio e Vincenzo Lapiccirella , diedero vita ad una manifestazione in piazza della Libertà. Una squadraccia fascista sparò sugli studenti, colpendo il diciottenne Massimo Gizzio, che morì, dopo tre giorni di agonia, all’Ospedale Santo Spirito. Gizzio era stato condannato l'anno precedente per attività antifascista dal Tribunale Speciale.
A metà febbraio 1944 l'ARSI confluì nell'Unione Studenti Italiani, cui aderiscono tutti i partiti antifascisti. Le motivazioni furono pubblicate il 26 marzo 1944 sul giornale “la Nostra Lotta”.

Le retate di antifascisti a Montesacro e Val Melaina
Le azioni di guerra ed i sabotaggi contro i nazifascisti ne scatenarono la reazione. I partigiani di Montesacro avevano in progetto attentati alla ferrovia Roma-Firenze presso la Batteria Nomentana e ad un deposito di carburante sulla riva sinistra del fiume, ma nello spazio di due mesi le retate naziste ne falcidiarono le fila e ne vanificarono i piani. Mancando la collaborazione della popolazione, che era invece decisamente ostile, la Gestapo riuscì a compiere molti arresti grazie ad infiltrati, che ricevevano da 2 a 12 mila lire per ogni patriota denunciato. Tra le spie c'erano Franco Sabelli, Federico Scarpato, chiamato dai nazisti "Fritz", e Armando Testorio, che nella prigione di via Tasso era detto "il soldato" perché girava in divisa. Testorio era l'unico ad abitare in zona, in quanto infiltrato a Val Melaina dopo il bombardamento di San Lorenzo, da cui era sfollato. Il livello morale delle spie emerge dalle numerose testimonianze delle vittime e dei loro cari, che raccontano di estorsione di denaro in cambio di favori, mai ottenuti, di percosse gratuite, e di furti negli appartamenti rimasti vuoti grazie alle chiavi sottratte ai detenuti. Testorio e Sabelli furono arrestati dopo la liberazione a Tivoli, mentre litigavano per la spartizione delle taglie sui partigiani denunciati, e furono fucilati dagli inglesi il 26 giugno 1945 a Forte Bravetta. Scarpato era stato fucilato nello stesso luogo il 26 aprile. Viene citata un'altra spia, Aristide Balestra, della cui sorte non si hanno notizie.

Il 9 dicembre 1943 fu arrestato Vito Artale, poi la notte del 21 dicembre 1943 iniziò la prima grande retata a Montesacro e Val Melaina: Italo Grimaldi, macellaio, aveva affidato a un suo garzone a cui un mitra da consegnare al compagno Lucci; forse il garzone venne seguito e Lucci fu arrestato. Fu anche decisiva la spiata di un certo Luigi Guadagni. Quando il 20 dicembre i fascisti irruppero nella bottega di Grimaldi, questi cercò invano di distruggere una lista di contributi versati da ciascun membro della cellula, per sostenere la famiglia di Lucci. La lista servì all'OVRA (polizia politica fascista) per la retata del 23 dicembre, di cui furono vittima Riziero Fantini, con i figli Adolfo e Furio, Raffaele Riva, Filippo Rocchi, Antonio Feurra, Giovanni Andreozzi e Mario Menichetti, tutti antifascisti "storici".
Riziero Fantini, Italo Grimaldi e Antonio Feurra, fucilati a Forte Bravetta il 30 dicembre 1943, furono tra le prime vittime della Resistenza romana. Il quotidiano "Il Messaggero" del 1° gennaio 1944 riportò così la notizia: "Tre fucilazioni per atti di violenza contro le forze armate germaniche (...) La condanna è stata eseguita ieri". Il 28 dicembre, due giorni prima delle fucilazioni di Forte Bravetta, nel poligono di tiro di Reggio Emiilia erano stati fucilati i sette fratelli Cervi, Gelindo, Antenore, Aldo, Ferdinando, Agostino, Ovidio ed Ettore (vedi la mia pagina su di loro).
Raffaele Riva e Giovanni Andreozzi furono fucilati, sempre a Forte Bravetta, il 31 gennaio 1944. insieme ad altri otto compagni, tra i quali Vittorio Mallozzi, "perché preparavano atti di sabotaggio contro le forze armate germaniche e capeggiavano altri attentati contro l'ordine pubblico della città di Roma".
Dopo le fucilazioni di Forte Bravetta, alcuni dei familiari delle vittime, Riva, Grimaldi, Fantini e Feurra, con l'aiuto della Resistenza e di alcuni dipendenti del cimitero del Verano, riuscirono a penetrare di notte nel cimitero e a riesumare le salme sepolte anonimamente in fosse comuni, riuscendo a riconoscerli da documenti o indumenti che avevano addosso. Pochi mesi dopo i familiari delle vittime delle Fosse Ardeatine eseguirono, alla luce del sole, e con l'aiuto di un medico legale, la stessa operazione di riconoscimento, che vanificò il tentativo dei nazisti di nascondere il misfatto.
Il 3 febbraio 1944 i nazifascisti eseguirono un'altra retata, su indicazione dell'infiltrato Armando Testorio, che prese di mira soprattutto i nuovi antifascisti. Bloccarono gli accessi al quartiere, ma Orlando Orlandi Posti in qualche modo si accorse del pericolo e corse per il quartiere per avvertire, ad uno ad uno, tutti i compagni che riuscì a raggiungere. Sfuggirono così all'arresto Ferdinando Agnini in via Monte Tomatico, Franco Caccamo in via Peralba, Roberto Croce in via delle Alpi Apuane, Emilio Palombo in viale Carnaro, Luciano Celli in via Montecristo, Ennio Petrignani in via Monte Bianco, che insieme ad Orlandi Posti riuscì ad evacuare le armi e le munizioni nascoste.
Nicola Rainelli e Luciano Celli si rifugiarono nella chiesa degli Angeli Custodi, dal parroco don Fiorello Piersanti, che li nascose sul tetto della chiesa, mentre Paul Lauffer, nascosto in casa Rainelli, fu picchiato ed arrestato. Amorina Lombardi, nello stesso villino, scampò all'arresto fingendosi un medico in visita domiciliare. Orlandi Posti, dopo aver salvato i compagni dalla retata, commise l'errore di passare a piazza Sempione per salutare la sua amata Marcella, e fu arrestato, come anche Renzo Piasco, Sara Caccamo e, il giorno successivo, Antonio Pistonesi. Ferdinando Agnini fu arrestato venti giorni dopo la retata: credendo che le acque si fossero calmate, tornò a casa, dove trovò i nazisti ad aspettarlo.
Dopo la retata il gruppo di partigiani superstiti si divise, proseguendo la lotta fuori Roma: Rainelli andò a Corchiano, nel viterbese, gli altri raggiungono il monte Scalambra, sui monti Ernici, al confine tra le province di Roma e di Frosinone, dove combatterono fino alla liberazione, che avvenne nei primi di giugno del 1944. Il 14 aprile a Montesacro i GAP (Gruppi di Azione Patriottica, legati al PCI), giustiziarono una spia fascista. Il 1° maggio, per festeggiare la festa dei lavoratori, furono esposte bandiere rosse in molti punti della città, tra i quali, ad opera di Riccardo Antonelli, a Val Melaina, che era anche denominata "Stalingrado". Nello stesso mese, come narrato da Silverio Corvisieri, i partigiani di Bandiera Rossa sottrassero materiale sanitario dal deposito nazista di Monte Sacro e componenti della banda Monte Sacro dello stesso movimento, catturati dai fascisti della PAI (Polizia dell'Africa Italiana), riuscirono a liberarsi chiedendo ed ottenendo l'aiuto dei passanti.
Gli ultimi scontri avvennero in piazza Sempione, contro i tedeschi in fuga, che avevano minato il ponte Tazio, ma non riuscirono a distruggerlo del tutto. Nei violenti scontri per il ponte rimasero uccisi due soldati americani.

L'ultima vittima della Resistenza a Roma fu il dodicenne Ugo Forno, che rimase ucciso il 5 giugno 1944, insieme al ventunenne Francesco Guidi mentre cercava di impedire ai nazisti di minare il ponte ferroviario sull'Aniene, presso via Prati Fiscali, a poca distanza da Val Melaina e Montesacro. I nazisti dovettero desistere dal sabotaggio, ma uccisero i due ragazzi e ne ferirono gravemente altri tre. Ugo Forno, decorato con medaglia d'oro al merito civile alla memoria, è ricordato dal sito web www.ugoforno.it e con un belvedere commemorativo, sul luogo della morte (vedi istruzioni per arrivarci).
Alle vittime della lotta antifascista di Montesacro è stata intitolata la sezione "X martiri" già del Partito Comunista Italiano del quartiere.
Il 25 aprile 2015, nel 70° anniversario della liberazione, il Municipio Roma III, l'Unità Operativa Disabili Adulti IV Distretto, il TUR (Trekking Urbano Romano), in collaborazione con il Circolo Culturale Montesacro hanno organizzato un percorso a piedi che ha toccato i luoghi legati alla Resistenza a Montesacro e Val Melaina dove sono stati letti brani dal libro: "I ribelli dell'oltre Aniene" curato da Stefano Prosperi, Massimo Taborri, Antonio D'Ettorre e Piero De Gennaro del Circolo Culturale Montesacro. Hanno partecipato all'iniziativa la Banda di Montesacro Vincenzo Bellini e il Rifugio Casaletto. Hanno aderito la sezione di Montesacro dell'ANPI, la Asl Roma A e la Regione Lazio.

Chi erano i martiri della Resistenza di Montesacro
Ferdinando Agnini detto "Nando" (Catania, 24 agosto 1924 - Roma, 24 marzo 1944), figlio di Gaetano e Giuseppina Longo; portava il nome di suo nonno, partecipante alla rivolta dei Fasci siciliani (1889-1894), mentre suo padre era un giornalista che aveva rifiutato di prendere la tessera del partito fascista. Studente del secondo anno di medicina, subito dopo l'8 settembre 1943 si dedicò ad organizzare gli studenti universitari e i liceali antifascisti del quartiere Monte Sacro in "una forza capace di suscitare nella tradizione culturale italiana, intrisa di scetticismo e di idealismo, le forze necessarie a un risveglio della coscienza individuale e collettiva". Il 31 ottobre dello stesso anno aveva già costituito l'ARSI (Associazione Rivoluzionaria Studentesca Italiana), che nel febbraio del 1944 sarebbe confluita nell'Unione Studenti Italiani. Alla testa dell'ARSI si dedicò, con i suoi compagni, a raccogliere armi ed informazioni utili alla lotta contro i nazisti. Ferdinando Agnini viene da tutti descritto come molto attivo, usciva all'alba e tornava dopo il coprifuoco, per azioni contro i nazifascisti, in collaborazione con gruppi di patrioti comunisti della V Zona, per tenere i contatti tra i resistenti, e per la redazione e la stampa del foglio "La nostra lotta". Era anche un componente della Brigata Garibaldi.
Sfuggito alla retata del 3 febbraio 1944, grazie all'allarme lanciato da Orlando Orlandi Posti, l'intera famiglia restò in latitanza, ma poi tornò a casa, in via Monte Tomatico, credendo che le acque si fossero calmate. Il 24 febbraio le spie Testorio e Scarpato condussero la polizia a casa Agnini, dove trovarono la madre e due fratelli, e aspettarono il ritorno di Ferdinando: la dinamica della scena ricorda un po' l'agguato a Valerio Verbano, trentasei anni dopo, e nello stesso quartiere di Montesacro. Catturato Agnini lo picchiarono in casa e poi al commissariato di Montesacro, dove un poliziotto, Salvatore Morello, si finse amico e si offrì di portare un biglietto a suo padre. Nella nota Ferdinando chiedeva di avvertire il suo amico fraterno del pericolo. Il giorno dopo anche suo padre Gaetano fu arrestato e portato a via Tasso, dove fu torturato. Nello stesso carcere fu portato anche Ferdinando, "a disposizione dell'Aussen-Kommando sotto inchiesta di polizia", dove fu ripetutamente torturato (dodici volte in quindici giorni) per essere infine assassinato alle Fosse Ardeatine, dove è sepolto nel sacello n. 28 del mausoleo.
Dopo la Liberazione, nell'atrio dell'edificio comunale, che all'epoca ospitava il liceo ginnasio "Quinto Orazio Flacco", a Monte Sacro, è stata apposta una lapide che recita: "In questa Aula - Pur in oscuri tempi di vivere servile - A forti e liberi sensi - Educò mente e cuore - Ferdinando Agnini - che alle Fosse Ardeatine il 24.3.1944 - Immolava - Vittima consapevole - La sua giovinezza all'umanità libera - Professori e studenti lo vollero qui ricordare". A Ferdinando Agnini sono intitolate una via del centro di Catania e la palestra comunale di viale Adriatico, ex collegio per le vigilatrici della GIL (Gioventù Italiana del Littorio), che gli è stata dedicata il 24 marzo 1985, nel 41° anniversario della strage delle Fosse Ardeatine, come ricorda la lapide affissa all'ingresso
(vedi la scheda dell'ANPI) (vedi la scheda del sito del Mausoleo delle Fosse Ardeatine).

Orlando Orlandi Posti detto "Lallo" (Roma, 14 marzo 1926 - 24 marzo 1944), romano, di famiglia originaria di Piegaro (PG), figlio di Luigi, impiegato, e di Matilde Servoli. Studiò all'istituto magistrale "Giosué Carducci", ma nel 1938 la morte del padre, ammalato di cancro, mise in gravi difficoltà economiche la famiglia e Orlando, abbandonata la scuola si mise a lavorare come comparsa a Cinecittà. Animatore dell’ARSI, insieme a Ferdinando Agnini, che abitava a pochi passi da lui, partecipò ai combattimenti contro i nazifascisti a Pietralata e Porta San Paolo con un vecchio moschetto. Il 3 febbraio 1944, riuscì a salvare i suoi compagni da una retata nazista nel quartiere, si preoccupò poi di passare a casa, in via Monte Nevoso 14, per tranquillizzare sua madre e poi alle 11:30 passò a salutare la ragazza che amava, Marcella, figlia di Achille Bonelli, proprietario del bar Bonelli in piazza Sempione (oggi "Angolo Russo", già "Zio d'America"). Davanti al bar però trovò ad aspettarlo un gruppo di fascisti e nazisti che lo catturò e gli impose una lunga attesa, fino alle 14:00, in macchina davanti al bar, forse nella speranza di catturare altri antifascisti. Durante l'attesa lo raggiunge la madre, che invano cerca di parlargli, e poi Marcella, che riuscì a fargli un cenno. Fu poi portato al carcere di via Tasso, "a disposizione dell'Aussen-Kommando sotto inchiesta di polizia", nella cella numero 5, dove trascorse il suo diciottesimo compleanno. Il 24 marzo venne assassinato alle Fosse Ardeatine, dove è sepolto nel sacello n. 108 del mausoleo.
Fu insignito della medaglia d'argento al valor militare per aver sacrificato "la sua nobile vita che aveva votato alla causa della libertà".
I suoi bigliettini alla madre e a Marcella, scritti da via Tasso con pezzetti di mine di matita recapitati di nascosto dalla madre nei colletti delle camicie, e fatti uscire allo stesso modo, sono stati pubblicati nel 2004 da Donzelli Editore con il titolo "Roma '44 - le lettere dal carcere di via Tasso di un martire delle Fosse Ardeatine" a cura di Loretta Veri e con introduzione di Alessandro Portelli. Nel 2009 Edgarda Ferri ha pubblicato per Mondadori il libro "Uno dei tanti: Orlando Orlandi Posti ucciso alle Fosse Ardeatine. Una storia mai raccontata"
(vedi la scheda dell'ANPI) (vedi la scheda del sito del Mausoleo delle Fosse Ardeatine).

Vito Artale (Palermo, 3 marzo 1882 - Roma, 24 marzo 1944), fu Antonino e di Maria Anna Amodei, abitava in via della Cisa, 9. Tenente generale del Servizio tecnico di artiglieria, medaglia d'oro al valor militare alla memoria. Partecipò come artigliere alla guerra di Libia (1911-12) ed alla Prima guerra mondiale, con il grado di capitano, fu poi promosso a maggiore e successivamente fu addetto militare all'Ambasciata d'Italia a Berlino. Dal 1929 fu vicedirettore della fabbrica d'armi di Terni e poi direttore, a Roma, del Laboratorio di vetrerie ottiche dell'Esercito, che sotto la sua guida divenne il più importante impianto italiano per la produzione di vetri ottici.
Dopo l'armistizio entrò nella Resistenza, in contatto col Fronte militare clandestino del colonnello Montezemolo, e organizzò il sabotaggio negli stabilimenti militari alle sue dipendenze, sottraendo agli occupanti e ponendo in salvo materiali di inestimabile valore militare e, quando ciò non risultò possibile, rendendo le apparecchiature inutilizzabili, per evitare che fossero portati in Germania.
Inoltre si rifiutò di dare ai tedeschi i nomi e gli indirizzi degli operai dello stabilimento, ai quali pagava un salario per evitare che fossero costretti a lavorare per i tedeschi. Artale fu collocato a riposo, ma continuò la lotta sottraendo macchinari, accessori e strumenti di misura da una caserma della Cecchignola, controllata dalla polizia tedesca, e nascondendoli in un deposito preso in affitto. In un altro locale clandestino nascondeva gli strumenti sottratti dagli stabilimenti militari di via Marsala. Artale fu arrestato dalla Gestapo il 9 dicembre 1943 a via Marsala, 102, negli stabilimenti militari che dirigeva, mentre cercava di convincere gli operai assoldati dai nazi-fascisti a non smontare i macchinari e i forni elettrici della vetreria, Artale fu rinchiuso a via Tasso e fu spesso torturato, sebbene gravemente malato, fino all'esecuzione alle Fosse Ardeatine, dove è sepolto nel sacello n. 64 del mausoleo. (vedi la scheda dell'ANPI) (vedi la scheda del sito del Mausoleo delle Fosse Ardeatine).

Riziero Fantini (Coppito, L'Aquila, 6 aprile 1892 - Roma, 30 dicembre 1943), di Adolfo e di Maria Apollonia Ciotti, era un operaio anarchico, sposato con Marziana Taggi, e con quattro figli, Adolfo, Furio, Romano, Polimnia. Di famiglia poverissima, il padre lavorava in una fornace di mattoni, e di tradizione socialista, frequentò la scuola elementare fino alla terza, l'ultima classe disponibile nelle scuole del suo paese. A 15 anni fondò il Circolo del PSI di Coppito. Nel 1910 sfuggì al servizio di leva obbligatorio ed emigrò negli Stati Uniti, dove lavorò come terrazziere e frequentò le scuole serali; aderì al movimento anarchico, conoscendo Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, e collaborando con il giornale degli emigrati italiani "La Scintilla", su cui si firmava "Jack" in omaggio a Jack London, che ammirava molto. Con Nicola Sacco ebbe anche uno scambio di lettere, che furono ritrovate dai figli e pubblicate nel dopoguerra. Con altri compagni compì un lungo viaggio a piedi fino in Centro America e poi in Ecuador per diffondere le idee anarchiche. Tornò nel 1921 negli USA, da dove fu espulso, e tornò in Italia, spinto dalla notizia delle insurrezioni successive alla fine della guerra, e si stabilì nelle Marche, dove costituì un Comitato a favore di Sacco e Vanzetti, scrivendo anche sul giornale anarchico Umanità Nova, e per questo fu schedato della polizia. Scrisse anche articoli su "La Frusta" e "Libero accordo". All'avvento del fascismo, Fantini si trasferì a Roma, per sottrarsi più facilmente ai controlli e si costruì una casetta in via Calimno 7, dietro piazzale Jonio. A Roma fu anche amico di Errico Malatesta.
Il 5 agosto del 1922 fu arrestato a Montesacro dai Carabinieri durante una vasta perquisizione alla ricerca di armi e munizioni, dopo lo sciopero generale del 1° agosto, indetto dall'Alleanza del Lavoro per protestare contro lo violenze squadriste e cercare di impedire la presa del potere del fascismo.
Il Corriere della Sera del 6 agosto 1922, in cronaca di Roma, racconta così la retata: <<In seguito agli incidenti accaduti durante lo sciopero degli scorsi giorni, l'autorità di PS, d'accordo con i carabinieri, ha disposto un'accurata perquisizione nei quartieri della "città giardino Aniene", dove si annidano numerosi comunisti ed anarchici. Stamane alle 3 ha avuto luogo a Porta Pia il concentramento di 200 carabinieri armati di moschetti. I miiliti sono saliti sui camion e all'alba sono penetrati nel centro della città giardino [...] hanno perquisito minuziosamente le baracche e le casupole dove abitano gli operai edili. L'operazione di rastrellamento ha portato all'arresto di 12 pericolosi sovversivi, tra i quali un noto anarchico ed un bolscevico russo [...] si sono rinvenute rivoltelle, munizioni, pugnali [...]>>
(Gentili, 2009).

Nel 1940 Riziero aderì al Partito Comunista Italiano di Montesacro-Val Melaina, diventando responsabile di una Cellula clandestina. Dopo l'armistizio organizzò la Resistenza con altri operai antifascisti e tenne riunioni in casa sua. Il 21 dicembre 1943, arrestato dalle SS con due dei suoi quattro figli (Adolfo e Furio) e con Mario Menichetti, fu rinchiuso nel terzo braccio di Regina Coeli.
Durante la detenzione del marito e dei figli, Marziana Taggi continuò a sostenere la Resistenza, portando volantini, armi e bombe nella borsa della spesa. Marziana comunicava con i familiari detenuti con bigliettini inseriti nei rigatoni che portava loro in carcere.
Riziero, più volte torturato, e sottoposto a processo sommario, fu poi fucilato a Forte Bravetta il 30 dicembre 1943 insieme con i compagni Italo Grimaldi e Antonio Feurra, tutti accusati di attività antitedesca. Riziero rifiutò i conforti religiosi, essendo ateo, e il cappellano del carcere consegnò a Marziana l'orologio Longines del marito, tutto rotto per le percosse da lui subite in carcere ed un biglietto di addio che diceva "Cara, l'ultimo mio pensiero è per te. Muoio col tuo nome sulle labbra e quello dei figli. Vi auguro molto bene. Tuo Riziero"
(vedi la scheda dell'ANPI).

Raffaele Riva (Sant'Agata Bolognese, Bologna, 29 dicembre 1896 - Roma, 31 gennaio 1944), da Alfredo e da Carolina Parmigiani. Muratore cattolico comunista, sposato con Maria Luigia Nepoti, con due figli, Walter e Leda. Combattente nella Prima guerra mondiale, fu catturato e rinchiuso nel durissimo campo di prigionia di Sigmundsherberg, in Austria. Con l'avvento del fascismo Riva fu costretto a lasciare il suo paese per sfuggire alle persecuzioni dei fascisti locali, trasferendosi con la famiglia in Garfagnana per un anno, e poi a Roma, a Montesacro, dove vivevano molti immigrati emiliani. Anche a Roma Riva fu preso di mira dalla polizia, che gli impose il domicilio coatto, in via Cervino, 7, dove viveva con la famiglia in una casetta nel giardino del villino del colonnello Ottalevi, che fu fucilato il 10 settembre 1943 dai nazisti sull'isola di Lefkada, in Grecia. avendo rifiutato di arrendersi. Nonostante gli arresti Riva continuò l'attività politica clandestina e, dopo l'8 settembre 1943, fu tra gli organizzatori della Resistenza nel quartiere, partecipando ad azioni di boicottaggio, alla raccolta d'armi per le formazioni partigiane, alla diffusione di volantini contro i nazifascisti. Arrestato nella sua abitazione durante la retata del 21 dicembre 1943, fu rinchiuso a via Tasso e poi nel terzo braccio di Regina Coeli, nella cella 346. I familiari riescono a comunicare con lui gridando dal Gianicolo, il colle che domina il carcere, seguendo la vecchia tradizione romana. Dopo un processo sommario, fu condannato a morte per attività antitedesca da un tribunale militare nazista e fucilato sugli spalti di Forte Bravetta, insieme a Giovanni Andreozzi ed altri otto antifascisti. Riva si avviò tranquillamente al supplizio dopo aver rifiutato la benda e dopo aver fumato l’ultima sigaretta. Prima di cadere, gridò: "Viva l'Italia libera!" (vedi la scheda dell'ANPI).

Aldo Banzi (Roma, 23 gennaio 1921 - 24 marzo 1944), fu Vincenzo e di Elisa Manzatti, geometra, impiegato e militante del Movimento Comunista d'Italia - Bandiera Rossa (movimento dissidente dal PCI). Risultava residente a via Mirandola 30, presso la stazione Tuscolana. Militarizzato nell'agosto 1940 come impiegato del Ministero della Marina col grado di II Capo Furiere, fu riconosciuto invalido di guerra di III grado dalla Commissione Superiore Militare Ospedaliera del Celio. Fu arrestato a Roma dalle SS il 6 marzo 1944, incarcerato nel carcere di via Tasso "a disposizione dell'Aussen-Kommando sotto inchiesta di polizia", e infine assassinato alle Fosse Ardeatine, dove è sepolto nel sacello n° 119 del mausoleo. Gli è stata dedicata una via a Tor de Cenci (vedi la scheda del sito del Mausoleo delle Fosse Ardeatine).

Renzo Piasco (Roma 13 giugno 1925 - 24 marzo 1944), nato a Trastevere ma trasferito a via di Val Melaina, in via Scarpanto, 45. Figlio di Paolo, un tassista comunista confinato politico a Ustica e poi latitante, e di Maria (Annita) Pennazzi. Era un ferroviere, aiuto macchinista, licenziato per non aver voluto trasferirsi al nord per lavorare con i repubblichini. Era anche renitente alla leva repubblichina. Era militante del Movimento Comunista d'Italia - Bandiera Rossa, movimento dissidente dal PCI, fu più volte arrestato per aver svolto attività antifascista a Montesacro, combatté il 10 settembre 1943 a Porta San Paolo. Il 3 febbraio 1944 l'infiltrato Armando Testorio lo attirò fuori casa e lo fece arrestare dalle SS in piazza Sempione con uno zaino pieno di volantini ed armi. Portato a via Tasso, "a disposizione dell'Aussen-Kommando sotto inchiesta di polizia", fu torturato e infine assassinato alle Fosse Ardeatine, dove è sepolto nel sacello n° 115 del mausoleo (vedi la scheda del sito del Mausoleo delle Fosse Ardeatine).

Antonio Pistonesi detto Giacomo (Roma, 9 febbraio 1925 - 24 marzo 1944), di Antonio e Caterina Falaschetti, cameriere e operaio in un mulino. Doveva chiamarsi Giacomo, in onore di Giacomo Matteotti, assassinato dai fascisti pochi mesi prima della sua nascita, ma l'ufficiale di Stato civile costrinse il padre a registrarlo con un altro nome. Era un militante del Partito Comunista Italiano di Val Melaina, combatté il 10 settembre 1943 sulla Salaria ai Prati Fiscali. Il 4 febbraio 1944 la spia Scarpato condusse i nazisti a casa sua, ma senza trovarlo, sua sorella Giulia venne presa in ostaggio e fatta girare per il quartiere sotto minaccia, gridando il suo nome per indurlo a consegnarsi, ma senza successo. L'infiltrato Testorio riuscì ad agganciarlo e, promettendogli di affidarlo alla Resistenza per fuggire a Mentana, gli diede appuntamento alle 11:00 a largo Brancaccio, dove si presentò con i nazisti, che lo portarono a via Tasso, nella cella 3, "a disposizione dell'Aussen-Kommando sotto inchiesta di polizia", mentre la spia continuava il doppio gioco, tranquillizzando la famiglia. Pistonesi uscì da via Tasso per essere assassinato alle Fosse Ardeatine, dove è sepolto nel sacello n° 43 del mausoleo (vedi la scheda del sito del Mausoleo delle Fosse Ardeatine).

Filippo Rocchi (Fara Sabina, Rieti, 13 febbraio 1909 - Roma, 24 marzo 1944), fu Domenico ed Elvira Bernardini, commerciante (o bracciante?), membro del Partito Comunista Italiano e del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), abitava in via delle Cave Fiscali 25, ma risultava residente in via Principe di Piemonte 107. Era mutilato di guerra e congedato come caporal maggiore. Fu arrestato per partecipazione a bande comuniste e detenzione di armi durante la retata del 21 dicembre 1943 alle 7:30 di mattina, dalle SS tedesche e dalla PAI (Polizia dell'Africa Italiana), guidate da Federico Scarpato, che lo picchiò duramente, rompendogli un braccio e procurandogli lesioni ai reni. Fu detenuto a via Tasso e poi a Regina Coeli come "a disposizione del Tribunale Militare tedesco - in attesa di giudizio" e assassinato alle Fosse Ardeatine, dove è sepolto nel sacello n° 135 del mausoleo (vedi la scheda del sito del Mausoleo delle Fosse Ardeatine).

Italo Grimaldi (Budrio, Bologna, 5 settembre 1899 - Roma, 30 dicembre 1943), di Vincenzo e di Rosa Pezzoli, padre di Amneris, era un militante del Partito Comunista Italiano di Montesacro-Val Melaina, abitava a piazza Matese 7, a poche centinaia di metri da Agnini, Orlandi Posti e Riva. Aveva una bottega da macellaio in piazza Sempione (secondo altri a via Gargano). Segnalato già nel 1934 dalla Questura in quanto nella sua macelleria: ”s’intratterrebbe a lungo a parlare di politica con alcuni suoi conoscenti. I loro discorsi sarebbero improntati al più netto antifascismo”. Italo è anche ricordato, insieme ad Antonio Righi e Francesco Celluprica, da una lapide posta nell'ex Mattatoio di Testaccio il 7 ottobre 1945 dai compagni di lavoro per ricordare i dipendenti del mattatoio caduti durante la guerra. Arrestato il 20 dicembre alle undici di mattina nella sua bottega da una squadra di SS affiancata da tre fascisti tra i quali Federico Scarpato, che poi, a casa sua, arrestò anche suo fratello Guido e Vittorio Mallozzi, che vi si trovava. Durante la perquisizione Scarpato rubò vari oggetti, tra i quali. un maiale intero, legalmente detenuto e 400.000 lire in contanti. Torturato a lungo al terzo braccio di Regina Coeli, Italo fu fucilato a Forte Bravetta per attività antitedesca.

Antonio Feurra (Cagliari, 22 settembre 1893 - Roma, 30 dicembre 1943), fu Salvatore, originario di Seneghe (OR), sposato con Lavinia Angelucci, fruttivendolo (detto "er patataro") abitava a viale Gottardo 5, aveva un banco nell'adiacente mercato rionale di Montesacro e militante del Partito Comunista Italiano di Montesacro-Val Melaina. Fu arrestato la mattina del 21 dicembre 1943 da una pattuglia delle SS indirizzata da Federico Scarpato, che lo picchiò selvaggiamente e minacciò sua moglie di arresto. Fu fucilato a Forte Bravetta per attività antitedesca.

Giovanni Andreozzi (Roma, 2 Agosto 1912 - 31 gennaio 1944) membro del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN), cattolico comunista, fucilato a Forte Bravetta per attività antitedesca, insieme a Raffaele Riva ed altri otto antifascisti.

Paul Leo Lauffer (o Lauffner?) (Koenigsberg, 18 aprile 1902 - Roma 7 marzo 1944) di Paul e Natalia Meyer, dentista tedesco e militante del Partito d'Azione, rifiugiato dalla Pomerania presso la famiglia Rainelli in via Monte Argentario, per sfuggire alle persecuzioni antiebraiche. Venne catturato durante la retata del 3 febbraio 1944 e, sebbene torturato, non rivelò né i nomi dei suoi compagni, né l'esistenza di un deposito d'armi nel giardino di Rainelli. Infine fu fucilato per attività antitedesca a Forte Bravetta, insieme ad altri nove antifascisti, Giorgio Labò, Antonio Bussi, Concetto Fioravanti, Vincenzo Gentile, Francesco Lipartiti, Antonio Nardi, Mario Negelli e Augusto Pasini. La fucilazione era una rappresaglia per l'attacco del 5 marzo dei partigiani di Torpignattara alla sede del fascio del Quarticciolo, durante il quale era stato ucciso un nazista.

Amilcare Baldoni (Vacone, Rieti, 1883 - 12 aprile 1944) fu Federico, calzolaio (o impiegato) anarchico, schedato dalla polizia già dal 1907, emigrato in Francia e da lì espulso nel 1936 per le sanzioni contro l'Italia per l'invasione dell'Etiopia, si stabilì al Tufello, tra Montesacro e Valmelaina, nelle cosiddette "case dei francesi". Non è chiaro come e quando sia stato ucciso, secondo alcune fonti potrebbe essere una vittima non riconosciuta del massacro delle Fosse Ardeatine. Secondo altri fu arrestato a Vacone, in Sabina, dove si era spostato per combattere i nazisti, dal 20° SS Polizei Regiment, nel corso dell'operazione "Osterei" nelle province di Terni e Rieti. I nazisti, insieme a componenti della guardia nazionale repubblichina, eseguirono arresti in seguito a delazioni, e Baldoni, definito come il capo dei partigiani locali, sarebbe stato fucilato insieme all'allievo sottufficiale della Guardia di Finanza Beniamino Minicucci a Vacone. Una lapide a Poggio Mirteto (Rieti) riporta Amilcare Baldoni e Beniamino Minicucci come vittime dei nazifascisti nella zona del monte Tancia.
Valerio Gentili
(2010, pag. 16), descrive la costituzione a Roma, nell'autunno 1914, del direttivo cittadino del "Fascio rivoluzionario d'azione", coalizione di sinistra favorevole all'intervento dell'Italia nella prima guerra mondiale, con la partecipazione, per i socialisti rivoluzionari, di un Amilcare Baldoni, che potrebbe essere lo stesso qui sopra descritto. Lo stesso autore (2010) racconta di due riunioni tenutesi nel 1919 a casa di Amilcare Baldoni, una il 7 luglio nella quale anarchici, arditi e repubblicani ipotizzano un insurrezione in risposta ad un ipotetico colpo di stato nazionalista (pag. 67), ed un'altra il 16 luglio per organizzare iniziative a favore degli arrestati in una serie di blitz della polizia (pag. 73).

Nella pagina sono presenti le foto di solamente undici dei quattordici martiri della Resistenza di Montesacro e Val Melaina
Chi volesse fornirmi per la pubblicazione le foto di uno o più dei tre martiri non presenti
(Italo Grimaldi, Giovanni Andreozzi e Amilcare Baldoni) può scrivermi a
andgad@alice.it.

grazie a Pierpaolo Pompili per la foto di Paul Lauffer

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Biografie della Resistenza romana http://www.storiaxxisecolo.it/biografieroma/biografierma.htm
Biografia di Gianni Corbi http://www.storiaxxisecolo.it/antifascismo/biografie%20antifascisti66.html.
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Montesacro, 4 pietre d'inciampo per ricordare le deportazioni nazifasciste
http://montesacro.romatoday.it/citta-giardino/montesacro-pietre-inciampo-via-maiella.html

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