L'isola di Santo Stefano, nell'arcipelago
delle Ponziane, è stata per 170 anni sede di uno stabilimento
di pena, che ospitò molti detenuti, illustri e oscuri,
ma tutti vittima di durissime condizioni di detenzione e spesso
di violenze, che a volte portavano alla loro morte.
Le isole Ponziane hanno origine vulcanica, appartengono alla provincia
di Latina e sono divise in due comuni, quello di Ponza, comprendente
l'isola omonima con 3107 abitanti su una superficie di 7,5 km²
e le isole disabitate di Palmarola (1 km²), Zannone (0,9
km²) e Gavi (0,24 km²). L'altro comune dell'arcipelago
è quello di Ventotene, che comprende l'isola omonima (sito web) con
708 abitanti in 1,25 km², e l'isola disabitata di Santo Stefano
(0,29 km²).
L'isola di Santo Stefano è la più orientale dell'arcipelago,
ha una circonferenza di 2 km, con diametri di 750 m (est-ovest)
e di 500 m (nord-sud) e altezza massima di 68 m. Le coste sono
dirupate salvo che a nord-ovest, e si rilevano tre promontori:
punta Falcone a nord, punta Romanella a nord-ovest e punta Spassaro
a sud-est. La vegetazione è costituita solo da fichi, agavi
e fichi d'India.
L'isola secondo Tolomeo era chiamata Parténope,
mentre altri nomi dell'epoca romana erano Palmosa, Dommo
Stephane e Borca, ed il nome attuale sarebbe
dovuto ad un convento dedicato a Santo Stefano. L'isola fu colonizzata
più volte, ma infine rimase disabitata per le scorrerie
dei pirati saraceni, che la usavano come base per le loro incursioni.
Nel XVIII secolo il re di Napoli Ferdinando
IV di Borbone decise di ripopolare le Ponziane, compresa Santo
Stefano, inizialmente, nel 1768, con duecento galeotti che dovevano
edificare le case, insieme ad alcune carcerate, con le quali dovevano
formare famiglie; in seguito vennero insediate sull'isola alcune
famiglie di Torre del Greco e pescatori di Ischia.
Le Ponziane erano usate come luogo di confino già dall'età
romana, e in particolare Ventotene (allora detta Pandataria)
ospitò per cinque anni Giulia maggiore,
la figlia dell'imperatore Augusto, mandata in esilio dal padre
nel 2 a.C., mentre sua madre Scribonia, sebbene avesse chiesto
di seguire la figlia, non fu accontentata. Più tardi la
figlia di Giulia, Agrippina maggiore,
madre del futuro imperatore Caligola, fu inviata da Tiberio sull'isola,
dove si lasciò morire di fame. Anni dopo Ottavia,
moglie di Nerone, fu mandata in esilio nel 62 d.C. e poco dopo
fatta uccidere dal marito stesso all'età di vent'anni.
Infine Pandataria fu dimora obbligata di Flavia
Domitilla, che aveva come nonno l'imperatore Vespasiano e
come zii gli imperatori Tito e Domiziano, confinata in quanto
cristiana e poi proclamata santa.
Il Panopticon
L'uso carcerario di Santo Stefano risale invece all'epoca borbonica:
Ferdinando IV vi fece costruire un penitenziario, progettato tra
il 1792 e il 1793 dall'architetto Francesco Carpi, allievo del
Vanvitelli, autore anche di edifici
pubblici non carcerari sull'isola di Ventotene.
Secondo un testo del 1855, di Giuseppe Tricoli, lo stesso Carpi
sarebbe stato in seguito recluso a Santo Stefano "per reato
politico", o addirittura vi sarebbe morto, ma nella completa
ricerca di Amelia Pugliese (vedi)
si evidenzia come in realtà nel periodo di presunta detenzione
il Carpi era libero e svolgeva il suo incarico di funzionario.
I militari in servizio a Ponza, guidati da Luigi Verneau e dallo
stesso Francesco Carpi, aderirono al governo repubblicano di Napoli.
Luigi Vernau, dopo la fallita rivoluzione libertaria partenopea
antiborbonica, fu impiccato a Ponza.

Il penitenziario (vedi la galleria
di foto di Marcello Botarelli)
era progettato secondo un modello panottico, che prevedeva un
controllo visivo totale e costante dei detenuti, per ottenere
il "dominio della mente su un'altra mente", come teorizzato
nel trattato "Panopticon"
(1787), opera del filosofo inglese Jeremy
Bentham (1748-1832).
La struttura circolare si sviluppava
intorno a un cortile, ed era ispirata
ai gironi dell'Inferno dantesco. Nel cortile avvenivano le punizioni
corporali, vere e proprie torture che, a scopo di ammonimento,
avvenivano sotto gli occhi di tutti i detenuti, grazie proprio
alla forma circolare.
Il penitenziario fu inaugurato il 26 settembre 1795 con i primi
200 detenuti, che presto divennero 600, il numero previsto a regime,
e poi 900, divisi in 99 celle tutte uguali, ciascuna delle dimensioni
di 4,50 x 2,20 m.
All'entrata del penitenziario il Carpi fece apporre come monito
la frase latina: "Donec sancta Themis scelerum tot monstra
catenis victa tenet, stat res, stat tibi tuta domus"
e cioè: finché la santa Temi (personificazione della
giustizia per gli antichi greci) terrà avvinti in catene
così tanti mostri, lo Stato e la tua casa saranno al sicuro.
Tra i molti detenuti politici e comuni, a Santo Stefano fu recluso
anche Luigi Settembrini, patriota
e letterato che vi fu incarcerato nel 1851, per scontare una condanna
all'ergastolo, convertita in esilio nel 1859, alla vigilia del
crollo del dominio borbonico. Settembrini nelle "Ricordanze
della mia vita" descrive così l'ergastolo:
"Immagina di vedere un vastissimo teatro scoperto, dipinto
di giallo, con tre ordini di palchi formati da archi, che sono
i tre piani delle celle dei condannati: immagina che in quel luogo
del palcoscenico vi sia un gran muro, come una tela immensa, innanzi
al quale sta lo spazzetto chiuso dalla palizzata e dal fosso:
che nel mezzo di esso muro in alto sta una loggia coverta, che
comunica con l'edifizio esterno, e su la quale sta sempre una
sentinella che guarda, e domina tutto in giro questo teatro: e
più su in questa gran tela di muro sono molte feritoie
ad ogni punto. Così avrai l'idea di questo vasto edifizio,
che ha forma maggiore di mezzo cerchio, con in mezzo un vasto
cortile, ed in mezzo al cortile una chiesetta di forma esagonale,
chiusa intorno da vetri. Il cortile è lastricato di ciottoli,
ha due bocche di cisterne, e tre basi di pietra, con ferri che
sostengono fanali. Il lastricato e le cisterne sono fatti da pochi
anni: prima nel cortile erano ortiche e fossatelle d'acqua, dove
i condannati andavano a bere, e spesso coi coltelli contendevano
per dissetarsi a quelle fetide pozzanghere".
Il dirigente comunista Athos Lisa, detenuto a Santo Stefano, descrisse
così il penitenziario: "L'interno dell'ergastolo
mi apparve freddo, severo come una pietra tombale ... Il mio pensiero
corse agli anfiteatri romani e alla loro storia, perché
l'inferno, all'ergastolo, è fatto a guisa di anfiteatro.
Le celle si snodavano lungo una circonferenza della quale non
mi è stato possibile valutare la dimensione. Ve ne erano
al piano terra e al primo piano. Un ballatoio completamente scoperto
si snodava su tutta la circonferenza favorendo la sorveglianza
diurna e notturna ... Al centro, elevata da terra, dominava la
chiesa, circondata da un terrazzo da cui si potevano sorvegliare
i detenuti durante il passeggio. Sotto la chiesa, i cortiletti
per il cosiddetto passeggio. Il tutto formava una specie di complesso
monumentale: alla sommità la chiesa con pareti di vetro
per consentire ai detenuti di "assistere" alla messa
senza uscire dalle celle; attorno alla chiesa il ballatoio per
la sorveglianza, e più sotto i cortiletti che formavano
una raggiera circolare.".

Prigionieri illustri
A Santo Stefano fu detenuto e ucciso l'anarchico pratese Gaetano
Bresci (vedi la mia pagina su di
lui), condannato all'ergastolo per l'uccisione del re Umberto
I , ma assassinato il 22 maggio 1901, dopo pochi mesi dal trasferimento
nel penitenziario dell'isola.
Un'altra vittima di Santo Stefano fu il giovane militante comunista
Rocco Pugliese (vedi la mia pagina su di lui), morto il 17 ottobre
1930, assassinato dai secondini, anche se, secondo una versione
ufficiale, morì soffocato dal cibo o, secondo un'altra
versione, ancora meno credibile, si suicidò.
Un altro detenuto illustre fu Silvio
Spaventa e anche il brigante calabrese Giuseppe
Musolino e il brigante lucano Carmine
Crocco furono reclusi a Santo Stefano.
Il regime fascista usò Santo Stefano come luogo di detenzione
per gli oppositori politici: tra di essi, oltre al già
menzionato Rocco Pugliese, vi fu Sandro
Pertini, futuro presidente della Repubblica dal 1978 al 1985.
Inoltre furono incarcerati sull'isola i leaders comunisti Umberto Terracini, Mauro
Scoccimarro, Athos Lisa, e il socialista Giuseppe
Romita (in seguito Ministro della Repubblica), il bandito
anarchico Sante Pollastri e
Guido Sola, un giovane comunista di Biella, poi mandato
a morire nel tubercolosario di Pianosa.
Anche Ponza e Ventotene furono luoghi di detenzione e confino
per gli antifascisti, e il nome della seconda isola è tuttora
famoso per il Manifesto
di Ventotene, redatto nel 1941 da Altiero
Spinelli e Ernesto Rossi, confinati
sull'isola, che è considerato il documento base della futura
Unione Europea.
Altri antifascisti reclusi nelle Ponziane furono i comunisti Giorgio Amendola, Luigi
Longo, Walter Audisio, Pietro
Secchia, Camilla Ravera, Giuseppe
Di Vittorio, Giovanni Roveda ed Eugenio Curiel, l'azionista Riccardo
Bauer ed il socialista Lelio Basso.

Le sevizie
I penitenziari dell'epoca fascista erano teatro di sevizie e angherie
inflitte ai detenuti, che spesso si concludevano con la morte
delle vittime, del tutto in balia della brutalità dei loro
custodi, certi dell'assoluta impunità. Spesso i corpi erano
fatti sparire o tumulati in modo anonimo e di solito le famiglie
non venivano nemmeno avvertite.
Una delle sevizie più comuni in caso di proteste o insubordinazione
era il cosiddetto "Sant'Antonio", voce derivata dal
gergo dei camorristi, che consisteva nell'irrompere all'improvviso
nella cella, coprire la vittima con una coperta, e poi colpirla
duramente a calci, pugni, bastonate o con le grosse chiavi delle
celle. La coperta serviva per non far riconoscere gli aggressori,
per soffocare le grida della vittima e impedirgli di reagire,
e anche per non lasciare segni sul corpo del bersaglio del pestaggio,
che potessero testimoniare l'aggressione. Secondo l'anarchico
ligure Giuseppe Mariani, già detenuto a Santo Stefano,
in quel penitenziario durante i pestaggi non si usava nemmeno
la coperta, visto che le guardie, certe dell'impunità,
non ritenevano di dover prendere alcuna precauzione.
Rocco Pugliese morì a Santo Stefano, strangolato oppure
ammazzato di botte dai secondini; il pestaggio di cui fu vittima
è così descritto da Francesco Spezzano "dopo
avergli buttato sulla testa una coperta (...) lo uccisero a bastonate"
e ancora "le sue grida disperate furono udite a lungo
dai compagni di pena (...) che, chiusi nelle altre celle, nulla
poterono fare per aiutarlo".
La morte dei detenuti durante i pestaggi è invece così
descritta da Sandro Pertini, che fu
recluso a Santo Stefano dal 1929 al 1930, e nel 1947, deputato
dell'Assemblea Costituente, ricordò: " ... parlo
per esperienza personale (...) . In carcere, onorevole Ministro,
si fa questo: si percuote un detenuto; sotto le percosse il detenuto
muore, ed allora tutti si preoccupano e si preoccupano non soltanto
gli agenti di custodia che hanno percosso il detenuto, ma anche
il direttore, il medico, il cappellano e tutti coloro che fanno
parte del personale di custodia. Ed allora fanno questo: denudano
il detenuto, lo legano all'inferriata e lo fanno trovare così
appeso. Viene il medico e fa il referto di morte per suicidio.
Questa fu la fine di Bresci. Bresci è stato percosso a
morte, poi hanno appeso il cadavere all'inferriata della sua cella
di Santo Stefano, dove io sono stato un anno e mezzo".
Ugoberto Alfassio Grimaldi, a proposito della morte di Bresci
scrive: "Quel 22 maggio tre guardie gli avevano fatto
il Santantonio: cioè coperte e lenzuola addosso
e poi bastonate fino alla fine; i resti erano stati seppelliti,
in luogo rimasto senza traccia negli archivi di S. Stefano, da
due ergastolani mandati appositamente da unaltra casa di
pena e ricondotti subito via; il comandante dellergastolo
era stato promosso e le tre guardie premiate".
Nella stessa opera si ricorda che l'assassinio dei detenuti politici
nelle carceri fasciste non era un caso isolato, come testimoniano
i casi di Gastone Sozzi nel carcere
di Perugia e di Romolo Tranquilli,
il fratello di Ignazio Silone, nel carcere di Procida. L'edizione
clandestina dell'Unità
del 1° gennaio 1929 riporta i nomi di detenuti comunisti morti
o comunque sofferenti nelle carceri fasciste

Tra l'ottobre 1860 e il gennaio
1861 Santo Stefano fu sede della cosiddetta Repubblica di Santo
Stefano, una specie di stato autogestito messo in piedi con una
rivolta da un gruppo di alcune centinaia di camorristi detenuti,
affiliati alla Bella Società Riformata. La ribellione era
stata facilitata dalla partenza della guarnigione borbonica di
stanza nel carcere, che aveva dovuto accorrere alla difesa di
Capua, messa sotto assedio da parte delle truppe di Garibaldi.
I camorristi si dettero delle norme molto rigide, che prevedevano
la pena di morte non solo per l'omicidio, ma anche per furti o
aggressione alle guardie carcerarie. La repubblica ebbe termine
dopo tre mesi dalla sua nascita per l'arrivo dei marinai del regno
d'Italia e la conseguente resa, senza spargimento di sangue, dei
rivoltosi. Il successivo processo, nel 1866 vide solo lievi condanne
e molte assoluzioni per i rivoltosi.
Il penitenziario fu chiuso definitivamente il 2 febbraio 1965,
e nel 1981 sul portone d'ingresso è stata posta una lapide per commemorare la detenzione
di Sandro Pertini e dei prigionieri politici reclusi a Santo Stefano
nei suoi 170 anni di attività.
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http://dwardmac.pitzer.edu/Anarchist_Archives/goldman/ (non più
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http://www.traveleurope.it/ventoten.htm (non più attivo).
pagina creata il: 27 giugno 2009 e aggiornata al:
4
marzo 2011