Rocco Pugliese

Rocco Pugliese era un militante comunista calabrese, assassinato nel 1930 dai secondini fascisti nel penitenziario dell'isola di Santo Stefano, nell'arcipelago delle Ponziane, dove era stato deportato in seguito alla condanna ricevuta nel 1928 dal "tribunale" speciale fascista.
Rocco era nato il 27 gennaio 1903 a Palmi, in provincia di Reggio Calabria, da Giuseppe Pugliese e Maria Polimeni, e fin da giovanissimo aveva militato nel Partito Socialista, per poi passare al Partito Comunista d'Italia, fin dalla sua fondazione nel 1921, dirigendone la sezione di Palmi.
Rocco Pugliese nel 1925, all'epoca dei fatti che lo portarono a diventare vittima degli assassini fascisti, era studente di ragioneria.

I fatti di Palmi
Palmi, cittadina calabrese che all'epoca aveva circa 15.000 abitanti (oggi ne ha 19.000), era una roccaforte rossa, centro di un'intensa attività politica socialista e poi comunista: restò memorabile il corteo del 1924, in cui ben cinquemila antifascisti sfilarono per protestare contro l'assassinio di Giacomo Matteotti, andando a deporre corone e fiori al cimitero della cittadina.
La forte presenza antifascista ne fece il bersaglio di violente aggressioni da parte delle squadracce fasciste, particolarmente numerose, vista anche che il fascio di combattimento di Palmi fu uno dei primi fondati nella provincia di Reggio Calabria.
Alle elezioni del 1924 i comunisti andarono molto vicini ad eleggere un loro candidato, l'avvocato Diomede Marvasi, che non ottenne il quorum per pochi voti; la sezione del partito contava trecento iscritti, con centoottanta iscritti al circolo giovanile, in gran parte contadini e braccianti, insieme a professionisti e studenti.
Il 1° maggio 1925 i fascisti turbarono le celebrazioni della festa del Lavoro con le loro bravate e, pochi giorni dopo, gli antifascisti palmesi per rappresaglia devastarono la locale sede del partito fascista, dopo di che settantadue di loro furono arrestati.

Il 15 agosto dello stesso anno una squadraccia di fascisti provenienti dai paesi vicini si accampò nella notte alle porte del paese per assaltare ed incendiare le case dei capi dei partiti di sinistra di Palmi, ma fu messa in fuga da un centinaio di uomini, guidati da Rocco e Giuseppe Pugliese e da Antonino Bongiorno.
Il 27 agosto 1925 cominciarono in paese le celebrazioni della Madonna della Lettera, con la tradizionale festa della Varia, un grande carro votivo che simboleggia l'Assunzione, trascinato in processione da due o trecento paesani per le vie del paese, con l'accompagnamento dalla banda. I fascisti imposero che durante la festa la banda suonasse il loro inno "Giovinezza", e il presidente (fascista) della commissione per i festeggiamenti, avallò questa prepotenza.
I fascisti vollero quindi imporre il loro inno anche durante la processione, al posto della tradizionale marcetta composta da Rosario Jonata, e i palmesi si ribellarono alla prepotenza, chiedendo la restituzione dei contributi versati e boicottando il trasporto della Varia, dato anche che i portatori per tradizione appartenevano alle cinque corporazioni dei carrettieri, marinai, beccai, artigiani e contadini, ed erano in maggior parte comunisti e socialisti.
In effetti per il trasporto del carro si presentarono solo cinque marinai e cinque carrettieri e la processione, diventata ormai sfilata politica fascista, fu boicottata perfino dai preti: infatti se ne presentò solo uno.
Le provocazioni squadriste continuarono e la tensione raggiunse il massimo alla mezzanotte del 30 agosto, mentre il paese assisteva ai fuochi artificiali: i fascisti fecero irruzione tra i tavoli del caffé De Rosa, frequentato da comunisti e socialisti, insultandoli e intonando ancora "Giovinezza". Rocco Pugliese invitò a smettere la provocazione, iniziando a cantare "Bandiera Rossa", ma fu aggredito a bastonate da un fascista e reagì lanciando una sedia. Dalla rissa nacque una sparatoria nella quale rimasero feriti due fascisti, Rocco Gerocarni, che morì il giorno seguente, e Rosario Privitera, oltre a due passanti (vedi la notizia su "l'Unità" del 2 settembre 1925 e la versione romanzata dell'Agenzia Stefani, ripresa da "La Stampa" del 1° settembre 1925).
La reazione del nascente regime fascista fu durissima: il commissario di polizia Francesco Cavalieri arrestò molti antifascisti della zona, accusati di avere organizzato un complotto sovversivo; lo stesso Cavalieri ammise poi, durante il processo, che gli arresti erano dovuti a motivi politici e non erano legati all'omicidio. (Vedi "l'Unità" dell'8 settembre 1925).
Il capo degli squadristi Farinacci inviò un telegramma invitando alla vendetta e il 15 settembre le squadracce fasciste devastarono il circolo "Unione e Progresso" e la casa dell'operaio comunista Managò, che poi fu anche arrestato dalla polizia. I fascisti assaltarono anche la casa del fratello dello scrittore Leonida Repaci (vedi oltre) dove rubarono oggetti e denaro, e cercarono di fare irruzione nel carcere di Palmi, per linciare gli antifascisti arrestati per i fatti della Varia.
Il giornalista Giuseppe Dato, corrispondente della "Gazzetta di Messina e delle Calabrie", pur essendo anch'egli fascista, fu aggredito e gettato in una vasca colma d'acqua, per aver criticato in una corrispondenza le violenze squadriste.
I fascisti nei giorni seguenti impedirono di fatto l'accesso a chiunque non fosse a loro gradito, compresi gli avvocati dei detenuti (Vedi "l'Unità" del 15 settembre 1925).

Il processo
L'istruttoria fu condotta in modo estremamente parziale: molti testimoni che avevano rilasciato deposizioni a carico degli imputati, ritrattarono, riferendo di essere stati minacciati dai fascisti e, nell'ottobre di quell'anno, due di loro si suicidarono, uno dei quali dopo aver scritto un biglietto in cui attribuiva il proprio suicidio al rimorso per aver ingiustamente incolpato Leonida Repaci, Giuseppe Pugliese e Giuseppe Marazzita, ma la corte non tenne conto di tutto questo.
Il 5 dicembre il Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Catanzaro chiese il rinvio a giudizio di trentuno persone per correità in omicidio premeditato e mancato omicidio premeditato. La sezione d'accusa della Corte d'Appello di Catanzaro il 29 marzo 1926 rinviò a giudizio quindici persone presso la Corte di Assise di Palmi, mentre le altre furono prosciolte con formula piena o per insufficienza di prove, come nel caso di Leonida Repaci (Vedi "l'Unità" del 3 aprile 1926).
Il processo inizio presso la Corte d'Assise di Nicastro, dove era stato trasferito per legittima suspicione. Con un sopruso che anticipava la futura gestione della giustizia da parte del regime fascista, gli avvocati difensori designati dagli imputati furono arrestati ed inviati al confino; il processo fu poi sospeso perché il Procuratore Generale chiese il rinvio a giudizio di quattro testimoni che avevano ritrattato le loro deposizioni accusatorie.
Nello stesso 1926, in seguito all'attentato del quindicenne Anteo Zamboni, che cercò di uccidere Mussolini, con le leggi eccezionali del 26 novembre 1926 fu istituito il tribunale speciale per la difesa dello Stato. Il nome di "tribunale" era del tutto ingiustificato, visto che esso era costituito non da giudici, ma da attivisti del partito fascista, e in particolare da consoli della MVSN (Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale).
Il 12 marzo 1928 la Corte di Cassazione dichiarò con sentenza che il processo doveva essere assegnato al tribunale speciale, presso il quale il 27 novembre dello stesso anno iniziò il dibattimento. I quindici imputati antifascisti avevano trascorso più di tre anni in carcerazione preventiva, ed erano imputati di "omicidio, tentato omicidio, atti tendenti a suscitare la guerra civile, insurrezione contro i poteri dello Stato".
Tra gli imputati c'era Rocco Pugliese che davanti alla corte tenne un comportamento tutt'altro che remissivo, in coerenza con la sua intransigenza nella lotta antifascista; per lui il Pubblico Ministero Isgrò chiese l'ergastolo, per altri otto imputati la pena proposta fu di 30 anni, mentre la pena più "leggera" richiesta fu di 12 anni e per un solo imputato fu chiesta l'assoluzione per insufficienza di prove.
Il 5 dicembre 1928, a soli otto giorni dall'inizio del processo, il tribunale (Presidente Tringali-Casanova, relatore Presti), emise la Sentenza n. 145, che comminava durissime condanne: la più pesante, di 24 anni e 7 mesi, toccò proprio a Rocco Pugliese, mentre Natale Borghese e Vincenzo Pugliese ebbero 10 anni e 8 mesi, Giuseppe Florio e Gregorio Grasso 10 anni e 7 mesi, Giuseppe e Antonio Bongiorno 8 anni e 7 mesi. Quest'ultimo fu di nuovo processato dal Tribunale speciale nel 1935, per organizzazione e partecipazione al Partito Comunista, ed ebbe una ulteriore condanna a 12 anni.
Gli altri sei antifascisti furono assolti, tra di essi Francesco Carbone, Antonio Sambiase, Giuseppe Pugliese, Pasquale Carella e Giuseppe de Salvo, oltre all'avvocato socialista Giuseppe Marazzita, futuro senatore della Repubblica, che però fu poi ripetutamente incarcerato nei restanti anni della dittatura fascista.

Il caso Repaci
Un altro antifascista di Palmi coinvolto nei fatti della Varia fu Leonida Rèpaci (1898-1985), scrittore e in seguito anche pittore, ideatore del Premio Viareggio e anch'egli avvocato che, secondo Francesco Spezzano, senatore del PCI nel dopoguerra, era il vero bersaglio, insieme a Rocco Pugliese, della spedizione punitiva della squadraccia fascista.
Repaci fu incarcerato ma, come visto, fu poi prosciolto in istruttoria e non venne deferito al Tribunale speciale. Il suo proscioglimento, insieme a quello di altri imputati, fu attribuito a interventi "eccellenti", nel caso di Repaci a quello di Arnaldo Mussolini, fratello del duce, oltre che al collegio di difesa costituito da pezzi grossi del regime. In ogni caso Repaci beneficiò di numerose testimonianze di personalità ben accette al regime fascista.
Repaci comunque, dopo poco più di un mese dal proscioglimento, diede le proprie dimissioni dal Partito Comunista con una lettera, pubblicata dall'Unità il 6 maggio 1926 in cui rivendicava una propria posizione defilata e collaterale a quella del PCdI e annunciava il proprio ripiegamento nel privato.
Alla lettera di Repaci l'Unità rispose in modo molto polemico, contrapponendo il chiamarsi fuori di Repaci alle sofferenze dei detenuti politici comunisti che non rinnegavano le proprie scelte politiche.
La polemica proseguì anche nel 1944, dopo la liberazione di Roma, tra "l'Unità" e il quotidiano di destra "Il Tempo", su cui Repaci si difese attaccando chi lo accusava di essere stato prosciolto per intervento del regime, ma poi lasciò cadere la polemica, quando "l'Unità" pubblicò una lettera di Antonino e Giuseppe Bongiorno che riportava molti fatti che confermavano gli interventi in suo favore da parte di pezzi da novanta del regime.
Mentre era in carcere Rèpaci scrisse "In fondo al pozzo", un romanzo con molti riferimenti autobiografici, anche alla vicenda della Varia del 1925.

La morte
Rocco Pugliese fu rinchiuso nel penitenziario di Santo Stefano (vedi la mia pagina) che era usato dal regime fascista per deportarvi gli oppositori più pericolosi, nell'intento di piegarne la volontà con le durissime condizioni di detenzione. Ai detenuti politici condannati dal tribunale speciale era riservato un trattamento particolarmente duro, con l'isolamento dai prigionieri comuni, per evitare che il loro carisma potesse far presa su di essi. Erano anche sottoposti ad una sorveglianza più stringente, sollecitata ai secondini da un cartello affisso alle porte delle loro celle, che ammoniva: "detenuto pericoloso da sorvegliare attentamente".
A Santo Stefano Rocco mantenne la sua condotta fiera ("un esempio di resistenza e di fierezza", secondo Vico Faggi), e rifiutò di sottomettersi alla macchina carceraria fascista, che gliela fece pagare, dapprima con angherie e sevizie continue, e infine con la morte, avvenuta il 17 ottobre 1930.
Secondo la versione ufficiale Pugliese si suicidò impiccandosi, mentre un'altra versione, poco credibile, sostiene che morì soffocato mentre due secondini cercavano di alimentarlo forzatamente con una sonda, legato al letto di contenzione. L'alimentazione forzata sarebbe stata decisa in seguito a un supposto sciopero della fame di Rocco.
In realtà varie fonti credibili sostengono che Pugliese fu strangolato oppure ammazzato di botte dai secondini: secondo Francesco Spezzano "dopo avergli buttato sulla testa una coperta (...) lo uccisero a bastonate" e ancora "le sue grida disperate furono udite a lungo dai compagni di pena (...) che, chiusi nelle altre celle, nulla poterono fare per aiutarlo" e poi "l'emozione per il barbaro assassinio fu enorme fra i detenuti che fecero poi una colletta per mandare al suo funerale una corona di fiori".
Il trattamento sopra descritto era chiamato dalle guardie il "Sant'Antonio", con una voce derivata dal gergo dei camorristi: consisteva nell'irrompere all'improvviso nella cella, coprire la vittima con una coperta, e poi colpirla duramente a calci, pugni, bastonate o con le grosse chiavi delle celle. La coperta serviva per non far riconoscere gli aggressori, per soffocare le grida della vittima e impedirgli di reagire, e anche per non lasciare segni sul corpo del bersaglio del pestaggio, che potessero testimoniare l'aggressione. Secondo l'anarchico ligure Giuseppe Mariani, già detenuto a Santo Stefano, in quel penitenziario durante i pestaggi non si usava nemmeno la coperta, visto che le guardie, certe dell'impunità, non ritenevano di dover prendere alcuna precauzione.
Il detenuto comunista Giovanni Pianezza, compagno di cella di Rocco, ottenne di poterne vegliare la salma in camera mortuaria, dichiarando di esserne il cugino. In un attimo di disattenzione delle guardie riuscì a sollevare il lenzuolo che copriva il corpo e vide che il volto era livido, come per una morte per asfissia. Sorpreso dalle guardie, fu minacciato di fare la stessa fine di Rocco, se avesse parlato, e fu immediatamente trasferito.

Il socialista Sandro Pertini, detenuto a Santo Stefano dal 1929 al 1930, molti anni dopo, nel 1947, eletto deputato dell'Assemblea Costituente, ricordò in un intervento in aula che "Rocco Pugliese venne soppresso all'ergastolo di Santo Stefano quando io ero lì, al letto di forza".
L'intervento di Pertini era una replica alla risposta del ministro di Grazia e Giustizia Giuseppe Grassi a una sua interrogazione riguardante il pestaggio da parte degli agenti di custodia di alcuni detenuti del carcere di Poggioreale a Napoli, a cui era seguita la morte di uno di essi.
Pertini fu molto chiaro: " ... parlo per esperienza personale (...) . In carcere, onorevole Ministro, si fa questo: si percuote un detenuto; sotto le percosse il detenuto muore, ed allora tutti si preoccupano e si preoccupano non soltanto gli agenti di custodia che hanno percosso il detenuto, ma anche il direttore, il medico, il cappellano e tutti coloro che fanno parte del personale di custodia. Ed allora fanno questo: denudano il detenuto, lo legano all'inferriata e lo fanno trovare così appeso. Viene il medico e fa il referto di morte per suicidio. Questa fu la fine di Bresci. Bresci è stato percosso a morte, poi hanno appeso il cadavere all'inferriata della sua cella di Santo Stefano, dove io sono stato un anno e mezzo".
Pertini si riferiva alla morte di Gaetano Bresci (vedi la mia pagina su di lui), l'anarchico pratese condannato all'ergastolo per l'uccisione del re Umberto I, ma morto nel 1901, dopo pochi mesi dal trasferimento a Santo Stefano.
Ancora Pertini, in una testimonianza riportata nel libro a cura di Vico Faggi, racconta: "Una notte fui svegliato da un grido soffocato «mamma, mamma!». L'indomani fu sparsa la voce che Rocco Pugliese si era impiccato; ma il suicidio non era che una messa in scena. Pugliese era stato ucciso dai carcerieri."
Nella stessa opera si ricorda che l'assassinio dei detenuti politici nelle carceri fasciste non era un caso isolato, come testimoniano i casi di Gastone Sozzi nel carcere di Perugia e di Romolo Tranquilli, il fratello di Ignazio Silone, nel carcere di Procida. L'edizione clandestina dell'Unità del 1° gennaio 1929 riporta i nomi di detenuti comunisti morti o comunque sofferenti nelle carceri fasciste.
In ogni caso la famiglia di Rocco apprese della sua morte quasi per caso e la salma non fu mai restituita.


Un'opera teatrale e un libro
La compagnia Teatridelsud di Palmi sta mettendo in scena "L’Arrobbafumu" uno spettacolo di Francesco Suriano, interpretato da Peppino Mazzotta, che prende spunto dai fatti di Palmi per raccontare la Calabria e il suo ritardo di sviluppo.
Lo scrittore calabrese Domenico Gangemi ha pubblicato nel 2004 un romanzo liberamente tratto dalle vicende della Varia del 1925 dal titolo "'25 nero", pubblicato da Pellegrini Editore.

GRAZIE A LORENZO PUGLIESE PER LE PREZIOSE INFORMAZIONI

BIBLIOGRAFIA:
- ALFASSIO GRIMALDI Ugoberto (1970) Il re "buono". Feltrinelli, Milano. Pag. 468-470.
- AJELLO Nello (2003) Il confino. Ecco le vacanze che offriva il duce. La Repubblica, 13 settembre 2003, pag. 39.
- AMENDOLA Eva Paola (2006) Storia fotografica del Partito Comunista Italiano. Editori Riuniti, Roma.
- CORDOVA Ferdinando
(1965) Il processo Gerocarni. Historica, 16 (18): 196-212.
- CORDOVA Ferdinando (1977) Alle origini del PCI in Calabria - 1918-1926. Roma
- CORDOVA Ferdinando (1994) Un originale documento sui fatti di Palmi dell'estate del 1925, Historica, XLVII-4, pag. 157-167.

- DA PASSANO Mario Il «delitto di Regina Cœli» (http://www.dirittoestoria.it/4/in-Memoriam/Mario-Da-Passano-e-la-storia-del-diritto-moderno/Da-Passano-Delitto-Regina-Coeli.htm)
- DAL PONT Adriano (1975) I lager di Mussolini. La Pietra, Milano.
- DAL PONT Adriano, LEONETTI Alfonso, MAIELLO Pasquale, ZOCCHI Lino (1962) Aula 4: tutti i processi del Tribunale speciale fascista. ANPPIA, Roma.
- FAGGI Vico (a cura di) (1970) Sandro Pertini: sei condanne due evasioni. Mondadori, Milano.
- GALZERANO Giuseppe (1988) Gaetano Bresci: la vita, l' attentato, il processo e la morte del regicida anarchico. Galzerano editore - Atti e memorie del popolo - Casalvelino Scalo (Salerno). tel. e fax: 0974.62028 e-mail:
giuseppe.galzerano@aliceposta.it.
- GANGEMI Domenico (2004) '25 nero. Luigi Pellegrini Editore, Cosenza.
- GHINI Celso, DAL PONT Adriano (1971) Antifascisti al confino 1926-1943. Editori Riuniti, Roma.
- LISA Athos (1973) Memorie. In carcere con Gramsci. Feltrinelli, Milano.
- MARIANI Giuseppe (1954) Nel mondo degli ergastoli, S.n., Torino.
- PERTINI Sandro (1947) in "Atti dell’Assemblea Costituente. Discussioni", IX, 19 novembre 1947, 2179-2180.
- PUGLIESE Amelia (s.a.) Viaggio nella casa di correzione penale di Santo Stefano.
http://www.ventotenet.org/tourinfo/santostefano.htm.
- SPEZZANO Francesco (1968) La lotta politica in Calabria: (1861-1925). Lacaita, Manduria.
- SPEZZANO Francesco (1975) Fascismo e antifascismo in Calabria. Lacaita, Manduria.
- SPEZZANO Francesco (1984) Voce "Pugliese, Rocco" in "Enciclopedia dell’antifascismo e della Resistenza". La Pietra-Walk Over, Milano. IV: 813-814.
- SPRIANO Paolo (1969) Storia del Partito Comunista Italiano. Einaudi, Torino.

SITI CONSULTATI:
http://www.anpi.it/ts/1928_4trim.htm
http://it.wikipedia.org/wiki/Palmi
http://www.variadipalmi.it/curiosita.asp?modulo=leggi&ID=6
http://spazioinwind.libero.it/nb/vittoriofoa/tribunale.htm
http://it.wikipedia.org/wiki/Leonida_R%C3%A8paci
http://www.teatrodellacquario.com/stagioni/2007/schede/arrobbafumo.htm
http://www.variadipalmi.it/
http://www.domenicogangemi.it/
http://www.ventotene.it/itinerari/carcere.htm
http://www.marcellobotarelli.it/santostefano/index.htm
http://www.ecn.org/filiarmonici/santostefano.html
http://www.traveleurope.it/ventoten.htm
http://www.istoreco-re.it/isto/default.asp?id=326&lang=ITA
http://www.terreprotette.it/tp2/106

pagina creata il: 20 maggio 2008 e aggiornata a: 27 marzo 2012